di Giuliano Longo (*)
L’entusiasmo dei media italiani per il risutato degli incontri fra Trump Nethanyahu e Zelensly prelude a nuovi orizzonti di gloria per il futuro dell’oacidnte a parte qualche scontata valutazione sul blocco dello Stretto di Hormuz, che nessuno in verità predice come e quando verrà sbloccato.
Un entusiasmo a quanto pare, non universalmente condiviso dalla stampa asiatica secondo la quale quale, se pubblicamente si è parlato di partnership strategica, dietro le quinte il clima si è incrinato.
Lo dimostra il fatto che poche ore prima del colloquio alla Casa Bianca, Trump ha stuzzicato apertamente il premier israeliano in diretta TV sui dossier d’intelligence riguardanti il sito nucleare iraniano di Pickaxe Mountain. La battuta di Trump — “Non ho bisogno che Bibi me lo dica, lo fa solo per tenermi vischioso nel dossier” — ha mostrato una palese insofferenza per i tentativi di Israele di guidare la politica estera americana.
Anche la stampa israeliana evidenzia Washington ha chiarito che il pallino del gioco sull’Iran ce l’hanno gli USA e mentre Netanyahu spingeva per un’escalation di pressione e raid, Trump è invece spaventato dalle ripercussioni economiche, dai prezzi del petrolio e dai rischi di instabilità globale.
Daltra parte resoconti riservati indicano che si è discusso di tre opzioni (diplomazia tramite inviati, blocco navale ed eventuale opzione militare). Netanyahu ha dovuto prendere atto che la decisione finale spetta unicamente a Washington e che le opzioni diplomatiche restano sul tavolo.
Zelensky: armi sì, ma la NATO resta un miraggio
Per il presidente ucraino l’atmosfera è stata decisamente più distesa rispetto ai passati scontri nello Studio Ovale, ma i veri nodi strutturali rimangono intatti: Zelensky torna a Kyiv con accordi reali sull’industria della difesa (tra cui licenze e forniture per sistemi di difesa Patriot e droni, sulle quali tuttavia rimandono molte incertezze al Pentagono e al Congresso – ma Trump ha ribadito senza mezzi termini che l‘Ucraina non entrerà nella NATO.
Certamente si è detto disposto a coordinare garanzie di sicurezza, ma ha messo in chiaro che il peso finanziario, militare e logistico di tali impegni dovrà ricadere in primis sui paesi europei. L’approccio americano rimane quindi fortemente transazionale (“voi comprate le nostre armi, l’Europa copre i costi di difesa”).
Le prime reazioni di Mosca
Le reazioni ufficiali di Mosca al vertice g di Washington — sono improntate al didascalico scetticismo e alla fermezza strategica, minimizzando l’impatto diplomatico degli incontri e ribadendo la linea del Cremlino.
Sul fronte dei colloqui con Zelensky, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov e il ministero degli Esteri russo hanno inviato messaggi molto chiari: Mosca ha ridimensionato drasticamente le indiscrezioni di stampa su possibili intese preliminari – come l’ipotesi di un “cessate il fuoco aereo”- avanzate durante il summit, liquidandole come “semplici speculazioni mediatiche senza dettagli concreti”.
Il Cremlino ha confermato che i canali di contatto tra Washington e Mosca restano aperti, ma ha evidenziato che la Casa Bianca non ha avanzato alcuna richiesta per una telefonata diretta tra Trump e Vladimir Putin.
Rispondendo alle manovre di Washington per concedere licenze o nuove forniture militari a Kyiv – come le batterie Patriot – Mosca sostiene che la pressione militare non farà altro che prolungare il conflitto. Anzi, le recenti offensive ucraine con droni vengono utilizzate dal Cremlino per giustificare l’intenzione di estendere ulteriormente la propria “zona cuscinetto” nel territorio ucraino.
Il dossier Medio Oriente: l’asse Mosca-Teheran
Per quanto riguarda il colloquio tra Trump e Netanyahu focalizzato sull’Iran, la reazione di Mosca guarda all’architettura geopolitica globale:
Mosca vede con forte preoccupazione la retorica dura nei confronti di Teheran. Per la Russia, l’Iran è un partner militare e commerciale imprescindibile; qualsiasi escalation americana o israeliana contro le infrastrutture iraniane troverebbe una fermissima opposizione diplomatica (e un continuo supporto d’intelligence) da parte del Cremlino.
La diplomazia russa ribadisce che i tentativi americani di imporre “soluzioni di forza” o accordi guidati esclusivamente da Washington sia in Europa orientale sia in Medio Oriente sono destinati a fallire se non terranno conto delle esigenze di sicurezza dei principali attori regionali.
Per la dirigenza russa, gli incontri di Washington rappresentano una manovra politica di immagine da parte della Casa Bianca. La posizione di Putin rimane immutata: Mosca dichiara di essere pronta a trattare solo alle proprie condizioni reali sul campo e considera improduttivo qualsiasi tentativo di definire garanzie di sicurezza o assetti regionali che prescindano dal diretto coinvolgimento russo.
Conclusione
I sorrisi davanti ai fotografi coprono una realtà in cui Trump impone il suo ritmo: a Netanyahu ha ricordato che non intende farsi trascinare in guerre regionali non volute; a Zelensky ha confermato il sostegno materiale, ma alle sue condizioni geopolitiche. Entrambi tornano a casa con risultati tattici utili nell’immediato, ma strategicamente più vincolati alle priorità americane rispetto a prima.
(*)Analista geopolitico ed esperto di relazioni internazionali
