La guerra di Trump

La prossima escalation di Israele sarà nel sud della Siria

 

di Balthazar

Mentre i riflettori internazionali restano puntati su Gaza e sul confine libanese, a sud di Damasco si sta consumando in silenzio una trasformazione geopolitica che rischia di diventare il prossimo grande fronte di destabilizzazione del Medio Oriente.

Tra i governatorati di Quneitra e Daraa e la fascia del Golan, le forze armate israeliane (IDF) stanno attuando una penetrazione territoriale progressiva e metodica. Non si tratta più soltanto di incursioni mirate o raid aerei, ma di un consolidamento militare permanente che molti osservatori definiscono come un’annessione strisciante.

Il punto di svolta risale al crollo del regime di Assad alla fine del 2024.

Sfruttando il vuoto di potere a Damasco, Israele ha decretato il superamento dell’accordo di disimpegno del 1974, occupando militarmente la zona cuscinetto smilitarizzata e spingendosi ben oltre la storica linea di demarcazione.

Immagini satellitari e report indipendenti documentano la creazione di oltre dieci basi ed avamposti operativi avanzati direttamente all’interno del territorio siriano.

A terra, la popolazione locale affronta perquisizioni quotidiane, blocchi stradali e restrizioni di movimento, mentre Tel Aviv appalta imponenti lavori di sminamento e livellamento a società private della difesa.

Operazioni presentate ufficialmente come interventi tecnici di sicurezza border, ma funzionali a spianare la strada a una barriera militare ad alta tecnologia da quasi due miliardi di dollari per consolidare il controllo del territorio.

A complicare il quadro e ad accelerare i calcoli di Tel Aviv si aggiunge il fattore russo. Il recente accordo tra Mosca e il nuovo governo siriano — che riconverte le storiche basi di Khmeimim e Tartus in centri congiunti per l’addestramento e il potenziamento delle forze armate di Damasco — ha un impatto diretto sulla crisi.

La prospettiva di un esercito siriano ristrutturato e addestrato dai russi spinge Israele ad affrettare i tempi nel sud per “blindare” la propria fascia di sicurezza prima che Damasco possa riproiettare forza sul confine.

Allo stesso tempo, la presenza di personale di Mosca impone a Tel Aviv un cauto coordinamento per evitare incidenti diretti.

Sul piano dello scontro diretto con l’Iran, questa espansione ha risvolti decisivi.

Controllare militarmente il sud della Siria e dominare i suoi cieli permette a Israele di recidere le residue vie di rifornimento terrestri di Teheran e di intercettare droni e missili lanciati dal territorio siriano prima che raggiungano il territorio israeliano.

Tuttavia, la mossa rischia di sortire l’effetto opposto: trasformare la Siria meridionale in una prima linea d’attrito diretto, attirando le milizie filo-iraniane in una logorante guerra d’asimmetria contro le posizioni avanzate delle IDF.

Il governo siriano denuncia queste incursioni come gravi violazioni della sovranità e del diritto internazionale.

Tuttavia, la strategia israeliana appare ormai tracciata: neutralizzare sul nascere la riorganizzazione difensiva siriana e recidere l’influenza iraniana imponendo una presenza militare profonda e permanente a ridosso di Damasco.

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