La guerra di Putin

La diplomazia del Papa tra Mosca e Kiev: la trama nascosta e il peso del potere Vaticano

di Giuliano Longo (*)

L’azione diplomazia pontificia non è un esercizio astratto di pacifismo, ma una complessa macchina geopolitica formatasiattraverso secoli di realpolitik, tensioni ideologiche interne e reti d’informazione globali.

L’incontro a Mosca tra monsignor Paul Richard Gallagher – segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, – e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov non nasce da un’intuizione estemporanea: è la prosecuzione di una trama diplomatica complessa, dove la Santa Sede agisce da attore terzo, mossa da logiche distanti da quelle della diplomazia occidentale.

La Guerra Fredda e il “partito di Mosca”: da Casaroli all’irrigidimento di Wojtyła

L’approccio vaticano verso l’Est europeo si è strutturato durante la Guerra Fredda attraverso la controversa stagione dell’Ostpolitik, ideata e condotta dal cardinale Agostino Casaroli. Questa strategia puntava al dialogo sistematico e pragmatico con i regimi comunisti pur di garantire spazi minimi di sopravvivenza alla Chiesa e alla libertà di culto.

Negli ambienti diplomatici e in ampi settori del clero, la linea Casaroli fu duramente criticata e venne accusata di costituire un vero e proprio “partito di Mosca” all’interno delle mura leonine, colpevole di un eccessivo appiattimento ideologico e di troppa condiscendenza verso le direttive del Cremlino, a scapito dei cristiani perseguitati oltre la Cortina di Ferro.

La svolta e la frattura radicale arrivarono nel 1978 con l’elezione di Karol Wojtyła. Giovanni Paolo II spazzò via le cautela dell’Ostpolitik e impose un drastico irrigidimento nei confronti del regime sovietico.

Trasformò la Chiesa da interlocutore prudente a vero e proprio fattore di destabilizzazione per l’URSS. Attraverso il sostegno finanziario e morale al sindacato polacco Solidarność e la convergenza tattica con l’amministrazione Reagan, Wojtyła diede una spinta decisiva al crollo del blocco sovietico, quasi a dimopstrare che l’intransigenza vaticana poteva piegare un impero ateo.

Le diffidenze di Francesco verso Kiev e lo strappo ortodosso

Il pontificato di Papa Francesco ha segnato una nuova e profonda cesura. Bergoglio ha mantenuto fin dall’inizio del conflitto una marcata e consapevole diffidenza nei confronti della narrazione del governo di Volodymyr Zelensky e delle logiche strategiche dell’Alleanza Atlantica (evidenziata dalla celebre affermazione sull’«abbaiare della NATO alle porte della Russia»). La Santa Sede rifiuta la logica del riarmo a oltranza e teme la trasformazione dello scontro politico in una guerra santa irrisolvibile.

Tra il 2018 e il 2019, l’indipendenza (autocefalia) concessa dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli alla Chiesa Ortodossa dell’Ucraina fu promossa e cavalcata dalla leadership politica di Kiev con l’obiettivo di spezzare ogni legame storico con il Patriarcato di Mosca

Con l’approvazione da parte del parlamento ucraino (Rada)  della legge che mette al bando le organizzazioni religiose legate alla Chiesa ortodossa ucraina  – storicamente afferente a Mosca (UOC) –  Papa Francesco è uscito dall’equivoco con dichiarazioni chiarissime: “Nessuna Chiesa cristiana sia abolita, le Chiese non si toccano”.

I canali riservati, umanitari e ufficiosi fra Mosca e la Santa Sede

Oltre agli appuntamenti ufficiali, la Santa Sede ha garantito la continuità di una linea di comunicazione costante con il Cremlino affidandosi a strutture e intermediari specifici:

Il canale diplomatico residente: Tramite la Nunziatura Apostolica a Mosca (guidata da monsignor Celestino Migliore), la Segreteria di Stato vaticana ha mantenuto aperta una corsia preferenziale per il passaggio di memorie riservate e note diplomatiche direttamente al ministero degli Esteri russo.

Il tavolo umanitario sui prigionieri e i minori: Questo è il canale che ha registrato i risultati più tangibili. La diplomazia papale si è spesa attivamente come intermediario discreto tra Kiev e Mosca per la redazione e lo scambio delle liste dei prigionieri di guerra e per il delicatissimo tracciamento e rimpatrio dei bambini ucraini portati in Russia.

La Comunità di Sant’Egidio e le reti religiose: Accanto al braccio diplomatico istituzionale, organizzazioni come la Comunità di Sant’Egidio hanno lavorato in parallelo a livello informale, facilitando contatti umanitari “di secondo livello” (Track II diplomacy) con esponenti della società civile e ambienti religiosi vicini al Patriarcato di Mosca.

Le antenne globali d’Oltretevere e il ruolo negli organismi internazionali

Per orientarsi e agire in scenari così complessi, la Segreteria di Stato vaticana non si avvale di teorie astratte, ma di un impianto informativo unico sul piano globale.

Il Vaticano attinge ai report quotidiani trasmessi dalle sue oltre 180 Nunziature Apostoliche – le ambasciate del Papa- e dai resoconti di una rete ramificata di ordini religiosi presenti sul territorio (Gesuiti, Salesiani, Francescani). Questa maglia d’informazioni dal basso fornisce analisi territoriali spesso più accurate di quelle in possesso dei servizi segreti delle grandi potenze.

La Santa Sede gode dello status di Osservatore Permanente presso le Nazioni Unite (ONU) a New York e Ginevra, partecipa attivamente ai lavori dell‘OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) e ad agenzie come la FAO.

In queste sedi multilaterali, Roma sfrutta l’assenza di mire espansionistiche per svolgere un’azione di mediazione discreta: sblocca canali umanitari, facilita lo scambio di prigionieri o il rimpatrio di minori e mantiene aperti spazi di trattativa dove il diritto di veto dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza paralizza le altre cancellerie.

(*) Analista geopolitico ed esperto di relazioni internazionali

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