di Balthazar
Un’analisi critica dei report e dei “commentatori” elettorali sulle prossime elezioni politiche in Israele del 27 ottobre, rivela una rimozione concettuale di fondo: la tendenza a trattare il voto come un normale confronto democratico su programmi ed economia, ignorando l’elemento strutturale che ne determina l’essenza, ovvero la pervasività del militarismo nella società.
Presentare i blocchi politici — da Likud fino alle coalizioni guidate da Naftali Bennett o Gadi Eisenkot — come forze alternative tra loro, rischia di ignorare che l’intero spettro elettorale ebraico opera ormai all’interno dello stesso paradigma di sicurezza.
La narrazione mediatica tende a ridurre la sfida elettorale a un scontro sulla figura di Benjamin Netanyahu, sull’uguaglianza della coscrizione – l’annosa questione della leva degli ultra-ortodossi – o sulla gestione dell’economia post-bellica.
Tuttavia, ciò che emerge esaminando i dati sul consenso popolare è una convergenza quasi totale della popolazione ebraico-israeliana su una posizione bellicista. Il dissenso e l’opposizione al governo non nascono da un rifiuto etico della guerra o da una critica al principio dell’occupazione, ma da una valutazione di pura efficienza operativa.
L’elettorato critica il premier per non aver ottenuto una “vittoria totale”, per i fallimenti di intelligence del 7 ottobre o per la gestione degli ostaggi, ma condivide in larga misura la necessità del controllo militare permanente e della repressione territoriale. La presunta alternativa rappresentata dall’opposizione si traduce essenzialmente in un “bellicismo tecnocratico“.
Capi di stato maggiore come Eisenkot o leader della destra nazionalista come Bennett non propongono un orizzonte politico di pace o la soluzione a due Stati. La loro offerta consiste in una gestione più efficiente delle forze armate, nel ripristino dell’alleanza strategica con Washington e nel mantenimento di zone cuscinetto e occupazioni preventive con maggior coesione sociale interna.
Di fatto, la guerra permanente è passata dall’essere una misura d’emergenza a condizione esistenziale del sistema politico.
L’errore di molti “editorialisti ” risiede quindi nel raccontare le elezioni del 2026 come uno spartiacque ideologico, quando la realtà sociologica descrive un consenso elettorale ”deepl “ militarizzato.
Tra le forze di governo e la maggioranza delle opposizioni esiste un accordo sostanziale sui fini ultimi della sicurezza e dell‘uso della forza; lo scontro riguarda unicamente la classe dirigente ritenuta più competente per sostenere lo stato di guerra permanente.
A completare questa “distorsione” strutturale vi è la progressiva emarginazione della minoranza arabo-palestinese con cittadinanza israeliana e delle sue forze politiche.
Ridotti a comparse o delegittimati come “minaccia interna” dal discorso dominante, i rappresentanti arabi vengono sistematicamente esclusi da qualsiasi potenziale dinamica di coalizione di governo dai blocchi sionisti di destra e di centro.
Si consuma così il paradosso di una democrazia che celebra la propria pluralità attraverso le urne, ma la cui perimetro partecipativo reale è limitato da un rigido dogma etno-militare.
Le elezioni del 2026 non decideranno se porre fine alla stagione bellica, bensì quale leadership avrà il mandato di amministrare un regime di guerra permanente con l’avallo diretto della sua maggioranza elettorale.
