“Dobbiamo assolutamente scongiurare i licenziamenti collettivi, siamo impegnati per evitare che una decisione che ha innescato quella che molti hanno definito la bomba sociale produttiva abbia come primi vittime i lavoratori dell’Ilva”. Così il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso parlando della vicenda Ex Ilva a margine dell’incontro con il sindaco e l’amministrazione comunale di Gioia del Colle e le organizzazioni sindacali e i lavoratori di Ac Boilers. “Il governo ha convocato una serie di riunioni a Palazzo Chigi che si svolgeranno martedì prossimo prima con i sindacati, come doveroso, che rappresentano i lavoratori dell’ex Ilva, ma anche quelli dell’indotto che sono i primi ad essere colpiti perché le aziende dell’indotto lavorano soprattutto nell’area a caldo che sta per essere chiusa – spiega – Seguirà una riunione con gli enti locali, perché dobbiamo lavorare insieme oggi più che mai, con Comuni e Regione e poi ovviamente anche con le imprese a cominciare dalle imprese dell’indotto e della filiera della manifattura italiana. Se riusciamo a creare, me lo auguro sin da martedì, un clima di condivisione riusciremo a limitare l’impatto sociale e produttivo e a delineare anche un progetto di rilancio nell’augurio che la gara internazionale che è in corso abbia un riscontro positivo”.
Iuliano (Fim-Cisl), Governo ha perso tempo, esuberi inaccettabili
“È una decisione inaccettabile che arriva a pochi giorni dall’incontro in programma alla presidenza del Consiglio, da cui ci aspettiamo finalmente risposte concrete”. Lo dice in una intervista al Corriere della Sera Ferdinando Uliano, segretario della Fim-Cisl, in merito all’avvio della procedura di licenziamento collettivo di oltre 2.500 dipendenti dell’indotto dell’ex Ilva. “La premier Giorgia Meloni ha detto che si sarebbe occupata in prima persona del dossier — dice — questi licenziamenti sono la conseguenza di non averlo fatto. Ed è solo l’inizio”. “Accanto ai 10mila dipendenti diretti dell’ex Ilva, i lavoratori dell’indotto sono circa 8 mila e sono in gran parte legati alle aree a caldo dell’acciaieria”, afferma, evidenziando che “bisogna garantire la continuità produttiva, rispondere alle questioni poste ai giudici e, al contempo, porre le condizioni per il rilancio dell’acciaio green”. “L’equilibrio fra aree a caldo, salute e ambiente si può trovare. L’Altoforno 4, per esempio, potrebbe lavorare con gli impianti liberi da amianto – aggiunge – La produzione è poi talmente ridotta che le emissioni di Co2 sono scarse. La continuità delle aree a caldo, ovviamente, deve esser salvaguardata nell’ottica della loro decarbonizzazione che richiederà investimenti importanti su forni elettrici e preridotti”.
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