Economia e Lavoro

Commercio: Confindustria, dazi Usa possono costare fino a 9% export italiano

L’impatto dei dazi di Donald Trump può costare caro sull’export italiano negli Stati Uniti, fino a un potenziale 9% a nove mesi dall’entrata in vigore delle tariffe.

Mostrando così come – nonostante esista una relativa resilienza iniziale dell’export di beni ‘made in Italy’ – nel medio periodo il ‘peso’ delle tariffe sembra paragonabile a quella del resto del mondo.

Lo afferma un nuovo studio del Centro Studi Confindustria, ‘Export italiano tra fratture e nuove rotte’, che rimarca dunque le difficoltà per i nostri produttori nel mercato Usa.

In questo scenario, l’Italia mostra comunque una significativa capacità di tenuta. Nel 2025 le esportazioni italiane sono infatti cresciute del 3,3%, anche se l’incremento è stato sostenuto soprattutto da pochi mercati e settori. Gli Usa hanno infatti comunque fornito il maggiore contributo alla crescita per mercato, mentre la farmaceutica è risultata il primo settore per apporto all’aumento dell’export. “I dazi rendono ancora più urgente allargare la geografia dell’export italiano, con la competitività delle nostre imprese che non può dipendere dalla capacità di pochi settori di compensare gli effetti negativi di una maggiore chiusura dei mercati”, commenta Barbara Cimmino, Vice Presidente di Confindustria per l’Export e l’Attrazione degli Investimenti, esortando a “rafforzare la presenza italiana dove la domanda sta crescendo e accompagnare le imprese, soprattutto quelle di minori dimensioni, nell’apertura di nuove rotte commerciali”.

Del resto, sebbene stiamo vivendo una fase di nuovo protezionismo globale, soprattutto a causa delle politiche dell’amministrazione Trump, “la globalizzazione non si sta fermando, ma sta cambiando forma e direzione”, sottolinea Lucia Aleotti, Vice Presidente per il Centro Studi di Confindustria. Nel 2025, infatti, il valore dei beni scambiati nel mondo ha raggiunto un nuovo record, superando i 26 mila miliardi di dollari, pari al 22,4% del Pil mondiale. Ma cambiano i protagonisti di questa dinamica: cresce infatti, secondo l’analisi, il contributo dell’Asia alla crescita dell’export globale rispetto agli altri continenti. Nei primi sei mesi del 2026, infatti, il 90% di questa crescita è stato generato proprio dall’Asia, mentre il contributo dell’Europa è risultato sostanzialmente nullo.

Il quadro internazionale, si sottolinea nello studio, mostra d’altra parte una crescente divergenza tra le principali aree economiche. Se gli Usa continuano a rappresentare il principale motore della domanda e delle importazioni, e la Cina quello della produzione e dell’export, il baricentro della crescita si sposta invece progressivamente verso Asia, India, Asean, America Latina e, in prospettiva, Africa subsahariana.

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