Economia e Lavoro

Rincari da guerra e la vita quotidiana degli italiani

di Gianfranco Pìazzolla (*)

 

Non è una fiammata passeggera, ma un incendio strisciante che sta cambiando i connotati dell’economia reale. L’aumento dei prezzi di benzina e gasolio, registrato ormai mesi fa sull’onda delle tensioni geopolitiche internazionali, ha smesso di essere una semplice voce di spesa nei distributori per trasformarsi in una tassa occulta e pervasiva su ogni aspetto della vita quotidiana. L’effetto sberla sui rifornimenti è passato, ma a preoccupare economisti e associazioni dei consumatori è l’onda lunga di questo rincaro: una reazione a catena che si prolunga nel tempo e di cui oggi paghiamo il conto più salato.

In un Paese come l’Italia, dove oltre l’80% delle merci viaggia su gomma, il prezzo del gasolio alla pompa si comporta come il primo tassello di un domino. Quando il costo del trasporto aumenta, le aziende della logistica caricano i margini sui distributori, i quali a loro volta si rivalgono sulla grande distribuzione. Il risultato finale si riflette linearmente sui cartellini dei supermercati.

Non parliamo più solo di carburante, ma di inflazione da costi. Oggi un chilogrammo di pasta, un litro di latte o le verdure fresche  costano in media il 14% in più rispetto allo scorso anno, secondo il centro studi di Confimprese Italia che analizza con grande attenzione tutti i dati economici e dei consumi in Italia.

Il paradosso è evidente: anche chi ha deciso di smobilizzare  l’auto o di utilizzare esclusivamente i mezzi pubblici sta pagando l’aumento della benzina ogni volta che si siede a tavola.

La crisi, tra l’altro, non risparmia la filiera produttiva. I settori manifatturieri e quelli legati all’agri-food si trovano stretti in una morsa che può causare danni irreversibili ovvero da un lato, l’impossibilità di scaricare interamente i costi sui consumatori onde evitare un crollo verticale dei consumi e dall’altro, margini di guadagno ormai ridotti all’osso.

Molte piccole e medie imprese stanno operando in regime di sostanziale pareggio, rimandando gli investimenti in innovazione e bloccando le assunzioni. Nei casi più gravi, legati ai distretti industriali energivori, si profila lo spettro della cassa integrazione proprio come nel settore dell’acciaio, dopo lo spegnimento delle acciaierie di Taranto.

Il prolungarsi di questa situazione rischia di trasformare una crisi di liquidità già grave in una crisi strutturale di competitività del sistema paese, già seriamente minata dalle deleterie politiche economiche e fiscali dei governi dell’ultimo trentennio fino ad oggi.

A subire l’impatto più duro sono le famiglie a reddito medio-basso. La spesa per i trasporti e per i beni alimentari di prima necessità ha una caratteristica che gli economisti definiscono “rigida”: non può essere azzerata. Se le bollette e il cibo assorbono una quota sempre maggiore dello stipendio, a cedere sono le spese discrezionali.

Ristorazione e tempo libero: Calo dell’9,5% delle presenze nei fine settimana.

Turismo di prossimità: Ridotti i viaggi brevi e gli spostamenti fuori porta.

Risparmio privato: Le famiglie intaccano i depositi bancari per coprire le spese correnti vendendosi in molti casi i preziosi di famiglia.

La contrazione dei consumi interni rischia così di innescare una frenata del Prodotto Interno Lordo (PIL), congelando le speranze di una ripresa economica robusta.

Gli interventi tampone dei governi come il taglio delle accise o i bonus una tantum, hanno dimostrato il fiato corto: sollevano l’emergenza per qualche settimana ma non curano la malattia. La soluzione, concordano gli esperti, richiede una transizione strutturale. Serve accelerare sul trasporto merci ferroviario, incentivare la flotta trasporti  a biocarburanti e ridurre la dipendenza dai mercati energetici esteri. Fino ad allora, l’aumento del carburante rimarrà una tassa invisibile destinata a pesare sul futuro del Paese.

Per fare tutto ciò è essenziale che il governo capisca cosa significa “crescita”.

Nessuna misura nelle varie leggi di stabilità, definite spesso “d’ufficio”, propone soluzioni e riforme serie.

 

 (*) Presidente Confimprese Viterbo

Giunta esecutiva regionale Confimprese Italia

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