di Giuliano Longo (*)
L’illusione del cessate il fuoco e la realtà del “giorno dopo”
Prima o poi, le armi taceranno. Tuttavia, come sottolinea l’analista geopolitico Lucio Caracciolo, il semplice silenzio dei cannoni o un cessate il fuoco non equivarranno automaticamente a una vera pace. Piuttosto, ci ritroveremo davanti a una “pace d’attrito” o a una tregua armata lungo una linea di fronte congelata.
È proprio in quel momento che per l’Europa — e per l’Italia — si aprirà la vera partita politico-strategica. Un Paese mutilato nel territorio, impoverito nella demografia e devastato nell’economia rischia di trasformarsi in una fonte permanente di instabilità proprio alle porte dell’Unione Europea.
Il dramma demografico: senza ucraini non c’è Stato
L’espressione usata da Caracciolo per descrivere un’«Ucraina senza ucraini» trova riscontro nei dati delle principali organizzazioni internazionali: Secondo gli aggiornamenti dell’UNHCR, oltre 5,9 milioni di ucraini risiedono attualmente all’interno dei Paesi UE.
A questi vanno aggiunti 5,5 – 6 milioni di persone che si trovano in Russia (~1,2–2,9 milioni tra residenti e sfollati), Stati Uniti (~450.000–1 milione), Canada (~300.000–500.000 accolti/residenti), Regno Unito (~250.000–270.000), Moldavia (~130.000), Norvegia (~80.000) e Svizzera (~70.000)..
Se nel 1991, alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’Ucraina contava circa 52 milioni di abitanti, le proiezioni elaborate dal Vienna Institute for International Economic Studies (WIIW) e dal Centre for Economic Strategy, stimano che la popolazione residente nelle aree sotto il controllo governativo si ridurrà nel medio periodo a meno di 30-35 milioni, con un tasso di fecondità nel Paese è sceso allo 0,9-1,0 figli per donna.
La combinazione tra la perdita di territori chiave per l’agricoltura e l’industria, l’esodo di popolazione qualificata e l’invecchiamento dei residenti crea una morsa economica e sociale da cui l’Ucraina non potrà uscire senza un massiccio aiuto esterno.
L’enorme costo della ricostruzione
Sul piano materiale, le cifre necessarie a scongiurare il collasso economico del Paese sono enormi. Valutazioni congiunte della Banca Mondiale, della Commissione Europea e delle Nazioni Unite stimano i costi diretti per la ricostruzione e la ripresa in oltre 588 miliardi di dollari nell’arco di un decennio. Si tratta di una cifra pari a quasi tre volte l’attuale PIL ucraino.
Sul piano materiale, le cifre necessarie a scongiurare il collasso economico del Paese sono enormi:Valutazioni congiunte della Banca Mondiale, della Commissione Europea e delle Nazioni Unite stimano i costi diretti per la ricostruzione e la ripresa in oltre 588 miliardi di dollari nell’arco di un decennio.
Si tratta di una cifra pari a quasi tre volte l’attuale PIL ucraino ad oggi pesantemente ipotecato dai miliardi erogati dall’Occidente che hanno permesso a Kiev,non solo di resistere militarmente all’aggressione, ma di sopravviveve come Stato.
I danni si concentrano soprattutto nei settori dei trasporti, dell’energia, dell’edilizia abitativa e nella bonifica dei terreni dagli ordigni inesplosi. Un impegno finanziario di questa portata supera di gran lunga le capacità di bilancio dei soli Paesi europei.
Dall’inizio dell’invasione s nel febbraio 2022, il valore totale dell’assistenza economica, militare e umanitaria promessa o erogata all’Ucraina da parte dei Paesi occidentali e delle istituzioni internazionali supera i 380-400 miliardi di dollari (circa 350-370 miliardi di euro).
I dati di riferimento dell’Ukraine Support Tracker del Kiel Institute for the World Economy e degli organismi internazionali evidenziano la seguente ripartizione dettagliata: secondo la quale 190-200 miliardi di dollari per coprire il deficit pubblico ucraino, pagare i salari dei dipendenti pubblici (insegnanti, medici, soccorritori), erogare le pensioni e mantenere i servizi essenziali.
Principale contributore L‘Unione Europea e le sue istituzioni – con programmi come l’Ukraine Facility e il piano di finanziamento da 90 miliardi di euro basato sui proventi dei beni russi immobilizzati – rappresentano quasi l’85-90% del sostegno di bilancio civile dell’Ucraina.
Il rischio di una “Grande Balcania” una minaccia per l’Europa
Se il piano di ricostruzione dovesse fallire o la presenza delle istituzioni democratiche risultasse troppo debole, lo scenario condivisibileprospettato da Caracciolo è la trasformazione dell’area compresa tra il confine orientale dell’UE e il Donbass in una “Grande Balcania”.
L’enorme quantità di armamenti leggeri e pesanti affluiti nella regione potrebbe alimentare il contrabbando nel mercato nero europeo, con il pericolo che i fondi destinati alla ricostruzione vengano intercettati da reti corruttive o poteri oligarchici locali.
La creazione di una fascia d’ombra geopolitica ai confini dell’Europa sarebbe esposta a continue provocazioni e a dinamiche di proxy war (guerra per procura) tra le grandi potenze.
Senza contare il rischio di continue operazioni sotto copertura nei confronti della Russia, da parte di quelle formazioni nazionaliste e e di estrema destra – come la Azov – che hanno ormai profonde rafici nell’esercito ucraino e che difficilmete disarmeranno del tutto, anche con un mutamento di Governo a Kiev dopo le prevedibili prossime elezioni presidenziali.
Il ruolo dell’Europa
Abbandonare il Paese al caos economico e al vuoto demografico significherebbe installare un focolaio di instabilità cronica alle porte dell’Unione. Garantire la sicurezza europea nei prossimi decenni richiederà dunque due pilastri inscindibili: una cornice di garanzie di sicurezza credibili e un piano di ricostruzione economica capace di incentivare il rientro della diaspora ucraina.
Obiettivi primari per l’Europa che invece punta ancora a un indebolimento del sistema economico e politico della Russia rischiando di venire esclusa o marginalizzata dalle laboriose trattative che dovrebbero portare almeno a una tregua consolidata.
(*) Analista geopolitico ed esperto di relazioni internazionali
