di Fabiana D’Eramo
La promessa era stata quella di fare la rivoluzione. Rifondare il Pd, opporsi duramente al governo. Doveva essere un terremoto, e di conseguenza qualcuno ha cercato riparo sotto una trave, altri si sono nascosti sotto un tavolo, in attesa. Ma non è arrivata nessuna scossa. “Non ci hanno visto arrivare”, aveva proclamato con una certa solennità Elly Schlein all’indomani della vittoria alla Segreteria nazionale del Partito Democratico. La stagione sta per concludersi. Non li vediamo ancora.
I numeri sono quelli che sono, per mettere in campo un’opposizione nuova e di vigore occorre tempo, più tempo, ma il periodo di prova iniziato a marzo doveva essere un’occasione per indicare degli obiettivi, delineare una strategia, seguire una traiettoria. La settimana prossima si discuteranno le ultime sfide prima dell’estate, e per il Pd si prospettano come sconfitte parlamentari.
Prima fra tutte, quella per il salario minimo. È una battaglia identitaria che non ha alcuna possibilità di passare. La maggioranza non vuole nemmeno parlarne. Schlein è disposta a sedersi al tavolo del confronto con la destra pur di portare a casa il risultato. Ma è da Giorgia Meloni che deve arrivare il segnale, e cioè ritirare l’emendamento soppressivo.
Almeno nel resto dell’opposizione, Schlein trova solidarietà. Giuseppe Conte non darà “tregua” al governo finchè non troveranno un accordo, dalla segreteria di Azione fanno sapere che “laddove il presidente Meloni apre alla proposta di salario minimo” e “ovunque si manifestino idee liberali, europeiste e riformiste”, Carlo Calenda è pronto a dialogare. Sottolinea: non con il M5s e con la Lega. Ma la compattenza dell’opposizione su almeno un tema non assicura nessuna vittoria per i lavoratori sottopagati. La leader del Pd sa già che la proposta verrà bocciata. Tiene botta in attesa dell’autunno, quando potrà incrociare la battaglia sul salario minimo con quella contro la legge di Bilancio, che si prevede piena di tagli alla spesa sociale. Anche questa sarà una lotta al fianco dei Cinque Stelle.
E a sostegno loro il Pd ha già annunciato il voto a favore della mozione di sfiducia per la ministra Santanchè presentata da Giuseppe Conte. Di nuovo i numeri non torneranno e la maggioranza ne uscirà ancora più compatta e rafforzata, ai danni dei favorevoli alle dimissioni.
Il Pd continua a vivere ostaggio di questa più o meno proficua alleanza. La vocazione sociale, il ritorno all’elettorato a misura del lavoratore precario, e anche la necessità di porsi, per contrasto, diamentralmente opposti al governo, ha accorpato Partito democratico e Cinque Stelle, che lavorano fianco a fianco pur senza averlo messo per iscritto come nel biennio 2019-2021. Sono due partiti diversi, ma quando li si sente parlare spesso i contorni delle facce tremolano, si inarcano come per cambiare i connotati, non farsi risconoscere. Come in politica estera, in questo fare ogni tanto capolino di Schlein nella questione senza immischiarsi troppo. È rimasta ferma la linea di Enrico Letta, ma sulle armi all’Ucraina, sull’aggressione di Putin, sui valori atlantici, la mancanza di una posizione forte del Pd sta favorendo gli slittamenti verso il goffo tentativo di “pacifismo” di Conte. E questo non fa che consentire al centrodestra ex putiniano di crescere.
All’ambiguità di cui non riesce a liberarsi il Pd – anche adesso, adesso che c’è Schlein che doveva ripulire l’aria di tante fumosità – si unisce la costante mancanza di una direzione collegiale che rende il gruppo dirigente corresponsabile delle scelte. Persino sulla questione della maternità surrogata, su cui almeno c’era unanimità nel dire no alla proposta del governo di vietarla anche all’estero, ci sono posizioni diverse. I cattolici del Partito democratico sono contrari alla legalizzazione della Gpa “solidale”, la gestazione per altri senza transazioni economiche. Martedì in aula alla Camera, con la destra che la proclama “reato universale”, il Pd non voterà. Dopo ore di dibattito lacerante, che fare? Niente sintesi. Fuori dall’aula.
Stefano Bonaccini scongiura: restiamo uniti. “Se indeboliamo Schlein indeboliamo noi stessi. Sarebbe un grande regalo alla destra.”, ha commentato. Aggiunge, tuttavia, come ad augurarsi che l’ex vicepresidente della sua giunta regionale ascolti, e non si tappi le orecchie come i suoi più recenti predecessori, che per vincere serve “una proposta alternativa alla destra”. E anche Romano Prodi è preoccupato. Serve stabilire una rotta, manca un’idea di paese. “Non possiamo continuare a essere un partito rassegnato in un Paese rassegnato”, ha detto alla kermesse “Energia popolare” a Cesena. Troppi errori, secondo l’ex premier. Al momento, la voce di Schlein non è alta abbastanza da sovrastare il confuso mormorio delle correnti all’interno del suo stesso partito, e nemmeno il tono grave di Meloni, a cui ogni tanto si sovrappone debolmente, come agente di disturbo. La conversazione che doveva tenere col suo elettorato, quella urgente che avrebbe dovuto far tremare Palazzo Chigi, non ha audio. Schlein muove le labbra, senza interlocutore.
