Cronaca

A tre anni da Brandizzo la giustizia cerca la verità

di Wladymiro Wysocki (*)

 

“Ragazzi, se vi dico treno andate da quella parte”. Sono queste le ultime parole che hanno ascoltato Kevin Laganà, Micheal Zanera, Giuseppe Sorvillo, Giuseppe Aversa e Giuseppe Saverio Lombardo. Parole di una assurda e quanto mai incredula “procedura” di sicurezza.

È la notta tra il 30 e il 31 agosto de 2023, quando quella frase pronunciata dal loro capo squadra, nonché preposto, ha fatto sì che persero la vita cinque persone.

Una assurdità che a distanza di tre anni rende la rabbia dei parenti, dei familiari, degli amici ancora più accesa perché la giustizia ancora non è riuscita a dare un nome, una spiegazione e a trovare un colpevole a tale sciagura.

La sola certezza ad oggi sono cinque vittime del lavoro, cinque persone che non sono tornate a casa mentre stavano svolgendo il loro lavoro quotidiano per costruire un futuro.

Quel futuro che è stato spezzato dallo schianto del treno che li ha travolti.

Tutti noi abbiamo ben impressa nella nostra mente l’immagine di quella lunga scia di calce, segno indelebile nei nostri cuori di quello che è stato lo schianto.

Tre anni di indagini, di interviste, di inchieste, tanto che la Commissione Parlamentare, a distanza di un anno nel 2024, ha pubblicato e presentato un lavoro dal titolo “Commissione Parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro pubblici e privato. Relazione sull’attività svolta riguardo all’incidente ferroviario di Brandizzo”.

La farraginosa macchina della Giustizia, in capo alla Procura di Ivrea, allarga sempre più il campo delle analisi arrivando ad oggi a circa 24 indagati tra RFI, Sigifer e Clf.

Sulla bilancia della Giustizia l’ipotesi di omicidio volontario è stata abbandonata e si sta valutando all’omicidio colposo plurimo e al disastro colposo.

Dalle recenti informazioni emerge che il 30 settembre 2026 è prevista l’udienza preliminare presso il Tribunale di Ivrea, con una documentazione e quantità di carte imponente tra fascicoli, intercettazioni, testimoniante ecc.

Il lavoro non è sicuramente semplice anche dal solo punto di vista organizzativo oltre alla complessità delle analisi per avere un quadro chiaro.

Si dovrà andare oltre all’individuare chi quella notte ha commesso l’errore che è stato causa della tragedia.

Un errore o una somma di errori che sono sfuggiti a quella che dovrebbe essere una macchina perfetta di controlli, procedure, comunicazioni, ruoli definiti di responsabilità.

La macchina della prevenzione e della sicurezza nei luoghi di lavoro, pare che abbia affidato la vita dei lavoratori all’assurda realtà di un capo squadra che, manda sui binari i propri colleghi a lavorare senza accertarsi che la linea sia sicura e anzi, consapevole del pericolo e del rischio, limitandosi ad avvisare i compagni nel caso ci fosse il passaggio del treno.

Ancora oggi tutto questo fa rabbrividire.

Possiamo scrivere all’infinito delle problematiche oggettive della prevenzione nei luoghi di lavoro, dalla formazione, all’addestramento, alle procedure del Documenti di Valutazione dei Rischi, dei responsabili ai lavori, ecc.

Sono tre anni che da quel dramma si svolgono convegni e lectio magistralis fino ad arrivare a forti cambiamenti nel panorama legislativo della sicurezza sul lavoro.

È nata la patente a crediti, è nato il novo Accordo Stato Regioni della formazione, è nato il badge di cantiere, e tantissime altre novità.

Eppure dalla carta alla realtà qualcosa non torna.

Il caso di Brandizzo accende i riflettori anche sul cosiddetto “fattore umano”, ma una moderna cultura della sicurezza sul lavoro non può ammettere l’ipotesi e, non voglio dire assolutamente, la rassegnazione che qualcuno ha sbagliato.

Non esiste!!

Cinque vite, cinque famiglie distrutte meritano una vera Giustizia che determini il responsabile e la vera causa dell’incidente poiché non si possa mai più verificare una cosa del genere.

Inutile scaricare le colpe ai subappalti, ai lavoratori, alle attività in urgenza, potremmo scriverne all’infinito, l’urgenza a distanza di tre anni è trovare la responsabilità che ha strappato alla vita cinque persone.

Ad oggi è una pagina nera della nostra Costituzione nel rispetto dell’articolo 41 che recita testualmente:” l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

La speranza è che la Giustizia acceleri i lavori, per restituire quella pace ai familiari e dignità ai propri cari defunti, perché oltre a una scia di calce bianca nella memoria ci possa essere anche la fiducia in uno Stato che si mobilita a tutelare i lavoratori.

Sperando che Brandizzo non sia solamente una triste ricorrenza, gli occhi sono tutti puntati all’appuntamento del 30 settembre prossimo per la prima udienza preliminare al grido di Giustizia per le cinque vittime del lavoro: Kevin Laganà, Micheal Zanera, Giuseppe Sorvillo, Giuseppe Aversa e Giuseppe Saverio Lombardo.

(*) Giornalista

Related posts

Guardie Mediche, i Nas le controllano in tutta Italia. Decine le irregolarità

Redazione Ore 12

Nuova ondata di caldo, weekend con 30 gradi

Redazione Ore 12

Droga ed esplosivi nascosti in casa. Arrestati dai Carabinieri madre e figlio a Bisceglie

Redazione Ore 12