Covid

Assistenza in pandemia, bene i servizi sanitari regionali per il 77% italiani, 23% insoddisfatto

L’analisi del Sant’Anna di Pisa sull’assistenza in pandemia: in calo interventi tumori

Roma – Mantenimento del livello di servizi sanitari prodotti, giudizio dell’utenza rispetto ai servizi offerti e capacita’ di rilancio attraverso un’efficace politica vaccinale: sono tre gli strumenti di valutazione che supportano dieci regioni italiane e le due province autonome di Trento e Bolzano nell’analizzare la propria capacita’ di resilienza di fronte all’emergenza pandemica da Covid-19.

I risultati piu’ rilevanti dei tre strumenti di valutazione sono stati illustrati oggi durante un evento online organizzato dal laboratorio MeS Management e Sanita’ dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, a cui hanno partecipato la rettrice della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa Sabina Nuti, il direttore generale dell’Agenzia nazionale per I servizi sanitari regionali (Agenas) Domenico Mantoan e il team di ricerca del laboratorio MeS.

Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto e le due province autonome di Trento e Bolzano sono le regioni che aderiscono al network della valutazione e che su base volontaria e in forma proattiva hanno condiviso l’adozione di 3 strumenti che fotografano situazioni differenti, ma muovono da un obiettivo comune, condiviso con il laboratorio MeS Management e sanita’ della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa: misurarsi, tempestivamente, per valutare se i sistemi abbiano retto di fronte allo tsunami della pandemia e individuare subito le aree cui prestare maggiore attenzione, sia in termini di tenuta della rete di offerta, sia in termini di giudizio della popolazione rispetto ai servizi ricevuti.

La valutazione delle politiche vaccinali attualmente in campo – svolta in collaborazione con Agenas – completa il quadro, con l’individuazione delle piu’ efficaci strategie di rilancio del sistema. Dalle regioni e dalle province autonome che aderiscono al network e’, ancora una volta, arrivato un segnale forte. Nonostante l’emergenza sanitaria, scelgono di investire sul monitoraggio delle performance per dare solide basi al rilancio del proprio sistema sanitario.

I volumi di prestazioni sanitarie offerte nel 2020, a confronto con quelle offerte nel 2019, la soddisfazione da parte della popolazione italiana rispetto ai servizi erogati in epoca di pandemia da Covid-19 e la valutazione delle politiche di vaccinazione: tre prospettive complementari che le tre analisi presentate oggi mettono in luce.

In riferimento ai volumi di prestazioni sanitarie, le regioni hanno condiviso il calcolo mensile di 61 indicatori, per individuare in maniera tempestiva possibili vuoti di offerta e intervenire in modo pronto. Le aree di indagine coperte includono alcune prestazioni ospedaliere particolarmente sensibili, oltre ai servizi ambulatoriali, al pronto soccorso,

all’assistenza domiciliare e alla salute mentale. Le indicazioni nazionali hanno individuato nel 2020 alcune prestazioni ‘non comprimibili’, per le quali i sistemi sanitari regionali sono stati chiamati a fare uno sforzo per ridurre il meno possibile i volumi erogati.

E’ il caso, per esempio, delle prestazioni oncologiche: gli interventi chirurgici per tumore alla mammella (classe di priorita’ a) calano in media del 14% nel 2020, rispetto al 2019, ma ci sono realta’ come Marche e Friuli Venezia Giulia che hanno contratto l’erogazione sotto il 2% e la provincia autonoma di Bolzano che registra addirittura un incremento (+7%). In questo caso, a un calo delle prestazioni nel periodo marzo – giugno 2020 e’ seguito un rimbalzo sia nel periodo tra luglio e settembre, sia in quello tra ottobre e dicembre.

Un altro esempio: gli interventi chirurgici per tumore al polmone (classe di priorita’ a) calano in media – tra le regioni del network – del 19%, con riduzioni superiori al 20% in Puglia, Umbria, Lombardia e Liguria e realta’, al contrario, stabili(Bolzano) o addirittura in leggera crescita, rispetto al 2019 (Toscana: + 1.4%).

Anche nell’ambito cardiovascolare la variabilita’ e’ marcata: i ricoveri per bypass aortocoronarico calano in media del 24%. La regione Basilicata e’, in questo caso, in controtendenza e registra un incremento del 5%, probabilmente per una riduzione della mobilita’ passiva (fughe sanitarie). Calano, invece, in tutte le regioni gli interventi di angioplastica (-16.7%), sebbene realta’ come Veneto e Friuli Venezia Giulia contengano il calo a poco piu’ del 10%.

In riferimento alla tenuta della qualita’ dei servizi erogati, si registra una sensibile variabilita’ inter-regionale. A titolo di esempio, la percentuale di fratture del collo del femore operate entro due giorni cala in media di circa 4 puntipercentuali, con una riduzione piu’ marcata in Basilicata (-19%) e invece un miglioramento in Veneto, Marche e Puglia.

E’ noto che il Covid-19 non abbia colpito in modo omogeneo le regioni italiane nel 2020: il dato che emerge, pero’, e’ che anche realta’ che hanno registrato un’alta incidenza, come la provincia autonoma di Bolzano e la regione Veneto, non soltanto hanno saputo arginare in maniera efficace lo tsunami che si sono trovate ad affrontare, ma hanno anzi risposto relativamente meglio rispetto a regioni meno flagellate dall’infezione.

Per quanto riguarda la soddisfazione da parte della popolazione italiana rispetto ai servizi erogati in epoca di pandemia, un questionario somministrato ad un ampio campione (12.322 rispondenti) segnala una sostanziale tenuta dei sistemi sanitari regionali. Seppure con differenze tra regioni, a livello italiano il 47,5% della popolazione e’ soddisfatto dell’assistenza sanitaria ricevuta durante la pandemia, il 29,5% da’ un giudizio medio, mentre il 23% si dichiara insoddisfatto.

Chi ha contratto l’infezione si dichiara piu’ soddisfatto del servizio ricevuto rispetto a chi non e’ stato contagiato. In particolare, chi e’ stato preso in carico dal servizio sanitario nazionale sia in termini di tracciamento sia in termini di visite domiciliari, se necessario, risulta significativamente piu’ soddisfatto di chi non e’ stato preso in carico attivamente. Livelli di soddisfazione maggiore si registrano tra coloro che hanno eseguito un tampone presso una struttura pubblica rispetto a coloro che lo hanno eseguito presso una struttura privata.

Infine, sull’andamento della campagna vaccinale emerge, con I dati messi a disposizione dalla Protezione civile e dalla Presidenza del consiglio dei ministri (aggiornati al 17 aprile 2021), un’ampia variabilita’ tra le regioni italiane nelle somministrazioni di vaccini verso le categorie piu’ fragili ed esposte al rischio. Per la categoria over 80 le percentuali che hanno ricevuto almeno la prima dose del vaccino vanno dal 55% della Sicilia ad una copertura del 90% in Veneto. Per la vaccinazione dei cittadini tra i 70 e i 79 anni, partita nei primi giorni di aprile, la quota di persone che ha ricevuto almeno la prima dose va dall’11% della Basilicata al 57% della provincia autonoma di Bolzano. Meno variabilita’ si riscontra nella copertura vaccinale degli ospiti delle Rsa, con molte regioni che hanno gia’ raggiunto la totalita’ degli ospiti.

Mantoan (Agenas): organizzazione Regioni migliore di quanto appaia

“Dati resilienza mostrano che nostro ssn ha retto a pandemia”

“Credo sia necessario, e lo si e’ capito soprattutto in questo periodo in cui era importante fornire dati certi all’opinione pubblica e alla stampa, stabilire e rafforzare un rapporto di stretta collaborazione tra Agenas, Sant’Anna di Pisa e le Regioni. Un rapporto di verifica del dato, di esternalizzazione, con la possibilita’ di potere manifestare la realta’ sanitaria delle singole regioni, prima che arrivino gli altri. Questo e’ un compito, un dovere che la politica ci chiede, quella della trasparenza e della interpretazione dei dati. Sono numeri che le Regioni non devono aver paura di mostrare, perche’ la loro realta’ organizzativa e’ migliore di quella che appare o si che si vuole far apparire”. Cosi’ il direttore generale dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas),

Domenico Mantoan, intervenuto all’evento online organizzato dal laboratorio MeS Management e Sanita’ dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. L’incontro in rete si e’ soffermato sulla capacita’ di resilienza dei servizi sanitari di dieci regioni italiane e delle due province autonome di Trento e Bolzano di fronte alla pandemia da Covid-19.

“Anche i dati sulla resilienza- ha aggiunto Mantoan- hanno messo in evidenza che il nostro e’ un sistema sanitario che ha tenuto, che ha retto bene a una pandemia che ha messo sotto stress test tutte le nostre strutture e tutti i nostri professionisti. Ha messo in evidenza quanto poco si sia investito negli anni passati e quindi come da parte delle Regioni c’e’ stato in qualche caso un comportamento davvero eroico”.

“In queste ore sta per essere presentato il Recovery fund. Ci sono circa 20 miliardi per la sanita’, 7 dei quali per l’investimento nel territorio. Ci sara’ inoltre un grande investimento sulla digitalizzazione, sulle informatizzazioni e sulla creazione dei dati sanitari. Sara’ fondamentale che alcune organizzazioni come quelle centrali, le universita’ e strutture come la Sant’Anna di Pisa, interpretino il dato sanitario per poter prevenire, per quanto possibile, i fenomeni e poter supportare la riorganizzazione e la programmazione. Dobbiamo lavorare tutti insieme, in maniera corretta, andare a valutare I dati, andare a presentarli in anticipo e presentare soluzioni per migliorare il nostro Ssn” ha concluso Mantoan.

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La variante Xe del Covid non è più virulenta ed aggressiva delle altre. Il parere del Direttore del Simit, Massimo Andreoni Se parliamo in termini di virulenza, cioè di aggressività, di capacità da parte della Xe di dare patologia grave, direi che questa nuova variante del Covid-19 non sembrerebbe essere particolarmente più severa rispetto alle precedenti. Certo quando una variante circola moltissimo e dà tantissimi casi, come sta accadendo in questo momento, è evidente che anche in senso statistico più casi ci sono, più è probabile che siano colpite persone magari non vaccinate o particolarmente fragili che possono avere manifestazioni più gravi. Al momento, però, non ci sono dati che dicano in maniera chiara che sia per Omicron 2 che per Xe ci siano aumenti di gravità, di aggressività e di virulenza“. Lo sottolinea alla Dire il professor Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società italiana malattie infettive (Simit) e primario di Infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma. Secondo Andreoni la nuova variante andrà a sostituire la Omicron. È solo una questione di tempo. “La Xe- informa- è una sottovariante della sottovariante. Le subvarianti che si sono create da Omicron, sia la variante Omicron 2 che è diventata rapidamente predominante, sia questa variante Xe che sta iniziando a circolare, hanno fatto ulteriori piccole mutazioni in cui sostanzialmente hanno acquisito sempre di più la caratteristica della maggiore trasmissibilità. Un incremento che nella pratica si vede facilmente con il tempo con cui la variante sostituisce quella precedente. Quindi, più la variante nuova è facilmente trasmissibile, più corto sarà il tempo con cui questa variante sostituirà quella precedente. Omicron l’ha fatto rapidamente con Delta, Omicron 2 l’ha fatto rapidamente con Omicron, adesso vediamo cosa succede con Xe, quanto rapidamente andrà a sostituire Omicron 2. Dai primi dati effettivamente la sensazione è che questa diventerà la variante predominante”. Intanto la Xe sarebbe già arrivata in Inghilterra, ma secondo Andreoni è improbabile che troveremo la nuova variante nell’uovo di Pasqua. “I dati di questa pandemia- prosegue l’esperto- hanno sempre dimostrato che quando una variante a maggiore trasmissibilità inizia a circolare vicino a noi, e l’Inghilterra non è certamente lontana, in un tempo più o meno breve arriva anche da noi. Se effettivamente, come sembrerebbe da quello che accade in Inghilterra, questa è una variante a maggiore trasmissibilità, c’è da aspettarsi che una volta giunta in Italia diventi anche nel nostro Paese una variante presente e, probabilmente, predominante. Sapere se questo accadrà o meno entro Pasqua è però difficile a dirsi. 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Poi nei pazienti non vaccinati o in quelli particolarmente fragili ovviamente la patologia è sempre la stessa, è l’interessamento polmonare che porta ai quadri più gravi”. Non è ancora chiaro se l’immunità che sta dando la vaccinazione contro Omicron 2 possa aiutare nel porre un freno all’avanzare della variante Xe. “Scientificamente parlando- aggiunge l’infettivologo- i dati relativi a questo non sono ancora definitivi, quindi aspetterei a dare una risposta certa. Quello che si sta vedendo è che man mano che queste varianti si generano si perde un po’ di capacità da parte dell’immunità di difenderci dall’infezione, che diventa sempre più frequente anche nei soggetti vaccinati. Mentre per quanto riguarda la protezione dalla malattia e dai casi gravi l’immunità sembrerebbe ancora funzionare bene. 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