Economia e Lavoro

Auto elettriche: abbiamo scherzato. O forse no. O forse sì.

di Riccardo Bizzarri (*)

 

Bruxelles, maggio 2025 – Alla fine, la rivoluzione green è finita nel parcheggio. Senza colonnine. E con la batteria scarica. Il Parlamento europeo ha deciso: procedura d’urgenza per salvare le case automobilistiche dalle multe sulle emissioni. La transizione ecologica, così come l’avevamo sognata tra slogan e pannelli solari, può attendere. In fondo, anche Robespierre a un certo punto dovette rallentare.

Dopo aver passato gli ultimi cinque anni a colpevolizzare il diesel, demonizzare la benzina e beatificare l’auto elettrica come un totem sacro da venerare con incentivi e sensi di colpa, ora si scopre che, sorpresa, i conti non tornano. I cittadini non comprano abbastanza veicoli elettrici, i costruttori non riescono a produrli in modo competitivo, e l’aria, soprattutto quella della politica, si è fatta più pesante del previsto.

Così Bruxelles, con la grazia del padre severo che scopre di aver esagerato con le punizioni, ha detto: va bene, facciamo che i limiti li calcoliamo su tre anni. Così, se nel 2025 inquini un po’ troppo, puoi sempre recuperare nel 2027. È la versione europea del “porta pazienza, si cresce con calma”. Un principio educativo che suona tanto americano, quasi trumpiano. E infatti… Trump lo zio scemo e geniale allo stesso tempo ha sempre detto chiaro e tondo: “Il green deal vi renderà poveri”. E qui, alla fine, ci siamo arrivati anche noi. Certo, con il doppio petto e i congiuntivi, ma il succo è quello.

È il paradosso perfetto: mentre Trump, da Washington, si prepara a tornare (e a rilanciare petrolio e carbone come fossero bitcoin), l’Europa smorza il suo entusiasmo verde. Più che transizione ecologica, sembra una transumanza elettorale: si spostano i buoi dove ci sono ancora voti.

Il filosofo Karl Marx (quello vero, non la caricatura da talk show) diceva che la storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. Ecco, la tragedia sono stati gli allarmi climatici, gli incendi in Canada, i mari in ebollizione. La farsa è questa Europa che, dopo aver imposto soglie severissime per ridurre le emissioni a 93,6 grammi di CO₂/km, ora dice: scherzavamo. Lo facciamo, ma con comodo. Come quando si promette la dieta dal lunedì, ma poi c’è Pasquetta.

Non è solo un problema di ambiente. È il confronto tra ideologia e realtà. L’auto elettrica non è il demonio, ma nemmeno la soluzione totale. Richiede litio, energia, infrastrutture, e soprattutto una popolazione disposta a pagare. Ma la popolazione, nel frattempo, è alle prese con mutui, inflazione e, in alcuni casi, Renault Clio di mia mamma del 2008  “funziona ancora benissimo”.

E allora avanti col compromesso: niente multe, ma tenetevi pronti. Fate finta che ci crediamo ancora, e magari tra tre anni, se saremo più ricchi, più ordinati e più giapponesi, allora forse ce la faremo. Intanto, guai a dire che è stato un fallimento. No, no, solo una “flessibilizzazione regolatoria nel contesto dinamico delle policy ambientali”. In pratica, retromarcia.

Post scriptum: Pasolini e il futuro

Pier Paolo Pasolini scrisse nel 1975: “L’ottimismo è una forma di ignoranza. Il vero pensiero è tragico.” Ecco, forse oggi ci siamo svegliati dal sogno elettrico e abbiamo aperto gli occhi sul pensiero tragico: che la transizione ecologica è necessaria, ma la realtà non si cambia per decreto.

O forse abbiamo solo spento la macchina perché avevamo finito i bonus.

(*) Giornalista

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