di Giuliano Longo
Il 7 maggio l’esercito israeliano è entrato a Rafah, la città che segna il confine meridionale di Gaza con l’Egitto, lanciando un’offensiva militare che gli Stati Uniti e altri alleati avevano ammonito a non proseguire.
Il 6 maggio il presidente Joe Biden ha messo in guardia il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dall’espandere la guerra di Gaza a Rafah, indicando che ciò potrebbe portare a un cambiamento nella politica degli Stati Uniti nei confronti di Israele.
La divergenza su come gestire la guerra a Gaza avrebbe spinto gli Stati Uniti a sospendere la spedizione di bombe di fabbricazione americana in Israele.
Rafah è uno dei pochi luoghi a Gaza che non sia stato distrutto dalla guerra. È anche il rifugio per più di un milione di palestinesi ,circa la metà dei quali sono bambini sfollati dalle loro case.
Ma non è certo la prima volta che Israele schiaffeggia gli Stati Uniti, molti presidenti e segretari di stato si sono sentiti frustrati nei confronti di Israele almeno a partiredalla guerra del 1973 tra Israele e una coalizione di paesi arabi.
Allora gli Stati Uniti fecero pressioni su Israele affinché aderisse ad una risoluzione di cessate il fuoco del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – sponsorizzata sia dagli Stati Uniti che dall’Unione Sovietica – ma Israele, per un certo periodo, rifiutò.
Teoricamente i paesi sono alleati perché i loro interessi si sovrappongono anche se non sono identici, ma la storia degli Stati Uniti è costellata di alleati che sono riusciti a fare ciò che volevano e non ciò che voleva l’America.
Dato che la politica e la leadership israeliane si sono spostate a destra , molti membri della coalizione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non si preoccupano assolutamente degli Stati Uniti.
Anzi Netanyahu è ora molto dipendente dall’estrema destra per la sua sopravvivenza politica, quindi è probabile che ascolti la sua destra e non gli Stati Uniti.
E’ giunto quindi il momento per gli Stati Uniti di mettere in discussione le consegne di armi a Israele e il primo segnale è arrivato già ieri con il limite della consegna di bombe made in USA.
Il minimo, se si considera che Israele sta occupando Rafah dopo che gli Stati Uniti hanno espressamente detto di non occupare la città senza assicurarsi di poter tenere al sicuro la maggior parte degli abitanti di Gaza.
Vi è poi un altro problema: anche dopo la fine del conflitto e l’improbabile eliminazione di Hamas dalla faccia della terra, chi e come governerà le macerie della Striscia?
Nel frattempo, questa escalation è destinata a polarizzare l’opinione pubblica americana sulla questione. Il che. Probabilmente, è un motivo in più per gli Stati Uniti per cercare di far cessare la guerra il prima possibile, soprattutto in vista delle presidenziali di novembre.
Probabilmente non ha importanza materiale nel breve termine il blocco dell’invio di bombe, ma se le armi venissero seriamente fermate ciò farebbe la differenza.
Israele è il maggiore beneficiario degli aiuti esteri statunitensie ha ricevuto più assistenza militare statunitense di qualsiasi altro paese dalla Seconda Guerra Mondiale.
All’inizio di marzo di quest’anno, gli Stati Uniti avevano effettuato più di 100 spedizioni di armi a Israele dall’attacco del 7 ottobre scorso.
Israele ora sta anche rischiando un crescente confronto con Hezbollah controllata dall’Irannel Libano del sud, anche se pare che Tel Aviv non abbia intenzione di espandere il conflitto ai suoi confini settentrionali.
Tuttavia pare che tutte (o quasi) le forze politiche israeliane concordinosul fatto che anche l’occupazione di Rafah debba essere portata a termine, per sradicare Hamas .
Ma non si è mai capito esattamente cosa significhi “sradicare” e soprattutto a quale prezzo. Prima dell’ottobre del 2023, Hamas non era mai stato gran che popolare a Gaza perché non governava adeguatamente, ma l’attacco israeliano l’ha reso più popolare. Soprattutto in Cisgiordania, perché si è opposto a Israele e ha riportato al centro dell’attenzione mondiale la questione palestinese.
Quindi, se tutto lo spettro politico di Tel Aviv è convinto che i restanti leader di Hamas siano a Rafah, si dia il via alla macabra danza della distruzione.
Ma Netanyahu e il suo governo sottovalutano la maggiore instabilità dell’area mediorientalee il rischio di un allargamento del conflitto. Anche se l’Iran non rispondesse direttamente, potrebbero sempre pensarci le sue milizie sciite diffuse in tutta l’area.
gli Stati Uniti sanno per esperienza diretta che non è sempre possibile controllare governi o milizie per procura, e non sottovalutano certo la forza di Teheran con la quale si sono finora mossi con cautela, ma siamo sicuri che lo farà anche Tel Aviv?
aggiornamento crisi mediorientale ore 13.58
