di Riccardo Bizzarri (*)
L’Occidente ha finalmente sconfitto tutti i problemi. Le guerre? Risolte. La povertà? Scomparsa. Le donne lapidate in Iran? Liberate. Le bambine vendute in sposa a dodici anni? Salvate. Le mutilazioni genitali femminili? Un brutto ricordo.
Resta soltanto un’emergenza nazionale: una scena girata nel 1975. Cinquantuno anni dopo, il vero nemico dell’umanità non è la fame, non è il terrorismo, non è il fanatismo religioso. È una pellicola cinematografica conservata in archivio. Siamo entrati nell’epoca del femminismo necrofilo. Non si occupa dei vivi. Si occupa dei morti. Non combatte il potere. Combatte il passato. Non cambia il presente. Processa la memoria.
L’ultima frontiera è la polemica tra Nastassja Kinski e Wim Wenders per una scena realizzata quando l’attrice era adolescente. Il regista ammette che oggi non la girerebbe. Ma evidentemente non basta. Perché il nuovo tribunale morale non cerca spiegazioni. Cerca colpevoli. E se i colpevoli sono morti, anziani o appartenenti a un’altra epoca, tanto meglio: non possono neppure difendersi. È il sogno di ogni inquisitore. Galileo almeno poteva parlare. Il passato no.
Il femminismo contemporaneo, soprattutto nelle sue varianti più ideologiche, è riuscito in un’impresa che sembrava impossibile: trasformare le donne da protagoniste della propria emancipazione a vittime permanenti della storia universale. Una donna di successo? Vittima. Una miliardaria? Vittima. Una premio Nobel? Vittima. Una star internazionale? Vittima. Una ministra? Vittima. Una presidente del Consiglio? Vittima.Una moglie con utilizzo illimitato della carta di credito? Vittima
L’importante è dichiararsi oppresse. Perché oggi l’oppressione è diventata una valuta politica. Più sei vittima, più acquisti valore morale. Più soffri, più hai ragione. Più accusi l’umanità passata, più vieni applaudita. È una specie di borsa valori del dolore.
Nel frattempo il patriarcato è diventato una creatura mitologica. Come il Minotauro. Come il Kraken. Come il mostro di Loch Ness. Nessuno riesce a trovarlo nel mondo reale, ma compare puntualmente nei dibattiti televisivi. Lo si vede ovunque. In un film. In una pubblicità del 1983. In una battuta di Alberto Sordi. In una canzone di Celentano. In una fiaba dei fratelli Grimm. Tra poco verrà individuato anche nei graffiti di Pompei. Qualche archeologa scoprirà una scritta latina e denuncerà la tossicità maschilista dell’Impero Romano. Del resto, il nuovo obiettivo non è comprendere la storia. È correggerla.
La cultura contemporanea assomiglia sempre più a un gigantesco correttore automatico. Ogni epoca precedente viene giudicata da persone convinte di rappresentare il punto più alto dell’evoluzione morale umana. Una convinzione che, curiosamente, accomuna tutti i fanatici della storia.
Robespierre la pensava così. I commissari sovietici la pensavano così. I maoisti la pensavano così. Oggi la pensa il censore digitale che vuole aggiungere avvisi morali a film, libri e opere d’arte.
Con una differenza.
I vecchi rivoluzionari volevano conquistare il futuro. Quelli di oggi vogliono riscrivere il passato. Sono rivoluzionari al contrario. Camminano guardando lo specchietto retrovisore.
George Orwell scriveva: “Chi controlla il passato controlla il futuro.”
Nel XXI secolo la frase è stata aggiornata: “Chi si offende per il passato controlla il presente.”
E così assistiamo a uno spettacolo magnifico. Le donne afghane rischiano la galera se studiano. Le iraniane vengono arrestate per una ciocca di capelli. In Africa milioni di bambine subiscono mutilazioni genitali. Ma l’intellighenzia occidentale è impegnata in una missione ben più urgente: interrogare il 1975.
Manca solo una Commissione Parlamentare per la Verità Retroattiva. Con sedute spiritiche obbligatorie.
“Signor Caravaggio, è accusato di rappresentazione non consensuale della corporeità.”
“Signor Shakespeare, ci spieghi questo evidente squilibrio di genere.”
“Signor Dante Alighieri, come giustifica l’assenza di un linguaggio inclusivo nella Divina Commedia?”
Le pene previste saranno severissime. Non il carcere. Peggio. La cancellazione senza indulgenze ma con infinite scomuniche. E soprattutto senza perdono.
Perché il tratto più grottesco di questa nuova morale è che nessuno può mai essere assolto. Nemmeno dopo mezzo secolo. Nemmeno dopo aver ammesso che oggi farebbe diversamente. Nemmeno se il mondo è cambiato. Nemmeno se la società era diversa. Nemmeno se tutti, all’epoca, consideravano normale ciò che oggi appare discutibile. No.
La colpa deve sopravvivere. Deve restare eterna. Come il peccato originale. Solo che al posto di Adamo c’è il maschio occidentale. E al posto del serpente c’è una cinepresa. Nel frattempo la realtà continua a bussare alla porta. Ma nessuno apre. Sono troppo occupati a processare i fantasmi.
(*) giornalista
