Primo piano

Brusaporto, la mission possible: educare prima di vincere

di Riccardo Bizzarri (*) Giornalista

Non tutto ciò che conta può essere contato”. La frase è attribuita ad Albert Einstein, e nel calcio di oggi suona quasi come un’eresia. Eppure è da qui che vale la pena partire, quasi a Capodanno, quando i numeri pretendono bilanci e il tempo chiede senso.

Ci sono storie sportive che non hanno bisogno di trofei per essere ricordate. Storie che non cercano l’epica della vittoria, ma la dignità del percorso. Il Brusaporto è una di queste.

Serie D, girone B. Un paese di meno di seimila abitanti nella Bergamasca. Negli ultimi cinque anni il Brusaporto aveva vinto sempre lo stesso premio: Giovani D Valore. Un riconoscimento che non misura i punti, ma il futuro. Perché racconta quante volte una società sceglie di far giocare un ragazzo invece di comprare un’illusione.

Quest’anno, per la prima volta, quella voce segna “zero”. Eppure il Brusaporto è lassù. Terzo in classifica. A quattro punti dalla vetta. Capace di vincere 3-0 a Verona contro il Chievo, in una di quelle partite che, come direbbe Camus, ricordano che “ciò che so della morale l’ho imparato dal calcio”. Sembra un paradosso. In realtà è una lezione.

Perché il Brusaporto non è una società “risultatopatica”, come chiarisce il direttore generale Massimo Colzani. Qui il risultato non è un fine, ma una conseguenza. È lo specchio, imperfetto ma sincero, del lavoro quotidiano, degli allenamenti, degli errori concessi ai giovani perché possano diventare uomini prima che calciatori.

Aristotele scriveva che “noi siamo ciò che facciamo ripetutamente”. E allora il Brusaporto è, da anni, una società che ripete una scelta controcorrente: investire nel settore giovanile, crescere ragazzi “fatti in casa”, competere senza snaturarsi. Non per caso tutte le squadre agonistiche del vivaio militano nei gironi élite, e la prima squadra è stabilmente in Serie D da sette stagioni.

Quest’anno qualcosa è cambiato. È rimasta l’ossatura esperta, c’è un progetto tecnico biennale, ci sono prestiti importanti dall’Atalanta e un portiere di valore dall’AlbinoLeffe. Non sono ragazzi del vivaio, non portano punti nella classifica Giovani D Valore. Ma raccontano un altro riconoscimento: la fiducia delle grandi realtà del territorio verso una piccola società che sa aspettare.

La classifica sorride più del previsto. Ma quella voce “zero” stona, perché non è un numero: è una domanda. Continuare così o tornare a essere ciò che si è sempre stati?

Qui il Brusaporto mostra la sua vera natura. Riflette. Valuta. Non si illude. Perché, come direbbe Montaigne, “il vero viaggio non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. E questi occhi guardano lontano, non solo alla domenica successiva.

Per una società come questa, la Serie D è già la Champions League. Essere terzi significa, in fondo, essere con un piede e mezzo nella salvezza. Tutto il resto è un dono inatteso. Eppure Colzani lo dice con serenità: quella voce “zero” verrà cancellata nel girone di ritorno.

Non per inseguire un premio. Ma per restare fedeli a un’idea.

In un calcio che divora talenti e brucia stagioni, il Brusaporto sceglie la lentezza. Sceglie la formazione. Sceglie il territorio. E ricorda che, come scriveva Hannah Arendt, “educare significa decidere se amiamo abbastanza il mondo da assumerci la responsabilità di esso”.

Forse a fine stagione non ci sarà una promozione. Forse sì.
Ma quando l’anno finisce e si spengono i riflettori, questa storia resta. Perché non parla solo di calcio. Parla di futuro.

E, quasi a Capodanno, è una rarità che vale la pena custodire.

(*) Giornalista

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