Si concentrano anche sulla possibile provenienza della sostanza le indagini sul caso di Pietracatella, dove a fine dicembre sono morte Sara Di Vita, 15 anni, e la madre Antonella Di Ielsi, 50 anni.
Secondo quanto si apprende da fonti investigative, tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti ci sarebbe quella di un veleno ricavato in modo artigianale dai semi della pianta del ricino. Proprio per questo sono in corso verifiche sul territorio per individuare eventuali contesti in cui la pianta o i suoi semi possano essere disponibili.
Le attività riguarderebbero ambienti diversi, dai contesti rurali e domestici fino ad ambiti a fini didattici, come scuole di agraria, dove la pianta è utilizzata per studio e laboratorio. Si tratta di accertamenti tecnici legati alla disponibilità della materia prima e non di ipotesi accusatorie. Resta centrale, sul piano scientifico, la relazione del Centro antiveleni Maugeri di Pavia, attesa per chiarire la natura della sostanza individuata nei campioni biologici delle due vittime.
Intanto un audio trasmesso dal Tg1 – relativo a un colloquio tra una dottoressa del pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli di Campobasso e gli inquirenti il 28 dicembre, giorno del decesso di Antonella Di Ielsi e del primo sopralluogo – ha riportato l’attenzione su alcuni valori clinici riscontrati anche nel padre delle vittime, tra cui bilirubina e piastrine elevate. Si tratterebbe di dati compatibili con un possibile stato di malessere riconducibile a un’intossicazione o avvelenamento.
Sul punto è intervenuto il legale di Gianni Di Vita, parte offesa allo stato attuale, Vittorino Facciolla, secondo cui tali elementi indicano che “anche Gianni è entrato a contatto con la sostanza perché, evidentemente, se di avvelenamento si è trattato, lo stesso era un potenziale bersaglio”.
Nelle prossime ore Facciolla avrà un confronto tecnico con i consulenti di parte, il tossicologo Mauro Iacoppini e il medico legale Marco Di Paolo.
