“Il presidente del Senato è tenuto, al fine di garantire il regolare svolgimento dei lavori parlamentari, a provvedere agli adempimenti necessari al rinnovo dell’organismo in analogia all’articolo 21, comma 7 del regolamento”. È quanto si legge nel parere dato all’unanimità dalla Giunta per il regolamento del Senato sul caso Petrocelli. Il parere prende atto “delle dimissioni di venti componenti della commissione Esteri e della contestuale indisponibilità da parte dei gruppi a designare sostituti. “Questa la considero una vendetta politica per un senatore che legittimamente ha detto no all’invio delle armi in Ucraina”. Lo dice Vito Petrocelli, il presidente della commissione Esteri del Senato, che non vuole fare un passo indietro anche dopo le dimissioni dei venti membri della Commissione, parlando coi cronisti a Palazzo Madama. “Dal mio punto di vista è la logica conseguenza dell’ostracismo e delle esagerazioni mediatiche avvenute dopo il 31 marzo quando non ho votato la risoluzione. È una vendetta della gran parte dei gruppi parlamentari che considero pericolosamente schierati su un fronte guerrafondaio”. “Vorrei fare ricorso alla Consulta ma me lo consiglierà il mio legale per capire se vale la pena. Farne uno per qualcosa che non può essere nemmeno esaminata… Non sono esperto, vorrei fare ricorso, ma me lo dirà il mio legale dopo aver letto le motivazioni”, aggiunge Petrocelli. “Mi importa poco chi sarà il nuovo presidente” della Commissione, sottolinea Petrocelli, “ma un ritorno di Casini sarebbe sicuramente paradossale, con lui sarebbe un salto all’indietro”. “Questa situazione di stare a ‘bagnomaria’ da un mese e mezzo comincia a darmi un po’ fastidio – rimarca Petrocelli -. Oggettivamente non capisco perché mi sarei dovuto mettere in questa condizione. Seil M5S voleva cacciarmi avevo già detto che andava bene, non avrei fatto ricorso contro questa decisione. Ma questa ora è una farsa mascherata da provvedimento amministrativo”.
“Rifarei il tweet del 25 aprile, fu una provocazione”. Petrocelli non rinnega il tweet tanto contestato scritto alla vigilia della Festa della Liberazione. “In questa fase in cui viviamo una pericolosità – spiega il presidente della commissione Esteri del Senato – non c’è la possibilità di lanciare la mia angoscia per come andrà a finire questa guerra. È un momento in cui essere moderati forse serve a poco”.
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