“La riduzione degli occupati registrata a settembre si inscrive in un quadro coerente di indicatori che testimoniano un forte rallentamento dell’attività economica. Se il fenomeno proseguisse anche nei prossimi mesi ne conseguirebbero gravi effetti sia sulla crescita del 2024 sia, soprattutto, su quella del 2025, per effetto dell’esiguità dell’eredità trasmessa. A cascata, si ridurrebbe la probabilità di centrare l’obiettivo di uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo già nel 2026, come stabilito dal governo, a meno di significative restrizioni sulla finanza pubblica. D’altra parte, nella storia economica recente dell’Italia non sono mancati episodi di riduzione dell’occupazione – per esempio a luglio 2023 – che poi non hanno fatto segnare un cambio di tendenza. Il mercato del lavoro appare, cioè, ancora solido e vitale, nonostante questo inciampo. Vanno comunque osservati con molta attenzione alcuni fenomeni che, se confermati nei prossimi mesi, rischiano di impattare in misura significativa sulle condizioni economiche delle famiglie. In particolare la riduzione degli occupati nella fascia 35-49 anni, con un analogo aumento degli inattivi”: questo il commento dell’Ufficio Studi di Confcommercio. Poi Confesercenti: “Nuovi segnali di criticità emergono dal fronte economico: il dato odierno sull’occupazione del mese di settembre diffuso da Istat evidenzia una battuta d’arresto rispetto al mese precedente – con una flessione di 63mila unità – che va monitorata con attenzione perché, pur mantenendo una crescita rispetto all’anno precedente, si collegherebbe alla frenata in atto dell’economia nel suo complesso. Migliori, invece, i segnali provenienti dal fronte dei prezzi che spingono ad un cauto ottimismo: il dato sull’inflazione – che si è portata su valori bassissimi oscillando intorno all’1 per cento da circa un anno – nonostante una lieve risalita su base tendenziale, si colloca infatti su un livello non preoccupante. La frenata degli occupati, sembra confermata dall’aumento del ricorso alla cassa integrazione da parte delle imprese, soprattutto nell’industria: se si prendono in considerazione i primi otto mesi dell’anno e li si confronta con lo stesso periodo del 2023, le ore autorizzate di Cig risultano, infatti, complessivamente aumentate del 20 per cento per il totale dell’economia e del 32 per cento per l’industria manifatturiera. In particolare, a settembre rispetto ad agosto, si rileva la caduta di 61mila lavoratori dipendenti (0,3%) e la sostanziale tenuta, – 2mila unità, degli indipendenti che ormai da alcuni mesi hanno superato la soglia simbolica dei 5 milioni. Va considerato sempre che nella categoria degli “indipendenti” si trovano figure professionali abbastanza diverse: dai liberi professionisti, imprenditori, coadiuvanti e collaboratori, lavoratori in proprio che hanno dinamiche differenziate. Nell’ultimo anno, ad esempio, a fronte di una crescita di 29mila unità nel complesso, i lavoratori in proprio senza dipendenti sono diminuiti di 28mila, mentre sia i lavoratori in proprio che i liberi professionisti con dipendenti sono cresciuti, rispettivamente, di 41 e 10 mila unità. Uno scenario che non desta particolari preoccupazioni è invece quello dei prezzi: anche se il consolidamento definitivo del rientro dell’inflazione dipenderà dalla progressiva normalizzazione delle condizioni del mercato energetico, si prosegue verso la strada del recupero del potere d’acquisto delle famiglie, grazie anche alla ripresa salariale in atto in diversi settori, soprattutto dei servizi, con i rinnovi contrattuali che hanno iniziato a tenere conto della passata maggiore inflazione. I contratti già siglati comportano che, anche nella seconda metà dell’anno, la crescita delle retribuzioni contrattuali dovrebbe mantenersi vivace, anche se per ora le famiglie non hanno forse ancora interiorizzato completamente questi fenomeni, con effetti chiari e tangibili sull’accelerazione della spesa”.
