Esteri

Confronto tra Grandi Potenze dietro l’aggressione USA al Venezuela/1

di Alberto Bradanini (*)

  1. Il diritto internazionale – consuetudinario, pattizio, le Convenzioni di Vienna, la Carta delle Nazioni Unite e le tante convenzioni in vigore, vale a dire l’impalcatura che ha sinora presieduto (pur con i suoi limiti) la complessità della vita tra stati – è stato ridotto a carta straccia dalla cosiddetta democrazia nordamericana, che si rivela ancora una volta un vero e proprio stato canaglia (rogue state, nella lingua dell’impero). Sorprende non poco che – nonostante le evidenze, luminose come il sole a mezzogiorno – tale plutocrazia bellicista sia tuttora idolatrata in tanti paesi al mondo (invero soprattutto temuta), a partire dai governi e popoli europei, il cui spirito critico è stato soppresso da un processo di colonizzazione mentale che dura da decenni.

Il mondo è immerso in una pericolosa ebollizione. Al posto della Legge – fondamento costitutivo di ogni collettività – la pretesa superpotenza nordamericana ha scelto quali principi guida la violenza e la prepotenza, nell’assunto che i suoi interessi devono prevalere su quelli degli altri, calpestando la libera scelta delle altre nazioni a forgiare il proprio destino, sbagliando come tutti magari, senza però aggredire altri paesi o interferire nelle altrui libertà. È così che una nazione armata fino ai denti, con migliaia di ordigni atomici, minaccia la stabilità e la pace nel mondo.

L’uso della forza nei riguardi di paesi deboli e indifesi riflette un bisogno primitivo di dominio, insieme al convincimento di appartenere a una civiltà superiore, un mito bizzarro che quando sarà dileguato – nei tempi che prima o poi la storia ci dirà – avrà lasciato ovunque dietro di sé rovine materiali e valoriali, depressione e sconforto.

  1. Secondo il diritto internazionale, il rapimento di Nicolás Maduro e consorte è illegale sotto ogni punto di vista. Vediamo. Per il diritto consuetudinario (quello delle genti, primordiale, essenziale) un presidente di un altro paese in carica non può essere arrestato, processato o sequestrato da un altro stato. Un principio fondamentale questo, nelle relazioni tra stati, che aiuta a salvaguardare la pace anche quando le tensioni superano una soglia critica.

Tale immunità è totale e permanente, e vale indipendentemente dalla circostanza che un presidente sia formalmente riconosciuto tale da un altro stato. Gli Usa, ad esempio, non riconoscono Maduro come legittimo presidente, ma l’immunità resta. E la ragione è banale. Sarebbe infatti sufficiente, altrimenti, ritirare tale riconoscimento per disporre del pretesto per intervenire legalmente contro un’altra nazione. L’immunità resta tale anche davanti alle (strumentali, beninteso, in questa evenienza) accuse di narcotraffico. Solo quelle riguardanti i crimini di genocidio o contro l’umanità, la farebbero cadere, alla luce delle prerogative della Corte Penale Internazionale (cui gli Stati Uniti non aderiscono e che, anzi hanno più volte sanzionato, per invereconde ragioni!): Nicolàs Maduro, in ogni caso, non è accusato di nessuno di questi crimini.

L’aggressione nordamericana contro il Venezuela, paese indipendente e membro della comunità internazionale, viola inoltre l’art. 2.4 della Carta delle Nazioni Unite che vieta l’uso della forza contro stati sovrani. Washington non può nemmeno invocare l’art. 51 della Carta (legittima difesa), poiché il Venezuela non era in procinto di aggredire gli Stati Uniti. L’attacco militare, inoltre, non ha ottenuto alcuna autorizzazione dal Consiglio di Sicurezza ai sensi dell’art. 42, ciò che avrebbe reso legittimo l’intervento.

Infine, il rapimento del presidente venezuelano e l’azione militare nel suo insieme devono ritenersi illegittimi ai sensi della stessa Costituzione statunitense – che fanno strame del principio di divisione dei poteri quale essenza di ogni democrazia degna di questo nome – poiché trattandosi di un intervento militare, e non di un’azione di polizia, come il presidente Trump e i suoi compagni di merende vogliono presentarla, avrebbe dovuto ottenere l’autorizzazione del Congresso.

La circostanza che tale azione abbia fatto circa 80/100 vittime tra civili e militari viene poi derubricata a danni collaterali – così come le vittime dei barchini bombardati dalla marina militare Usa negli ultimi mesi, come si trattasse di un gioco. Ormai l’empatia umana è una qualità rara nei circoli dei potenti a stelle e strisce, insieme al rispetto della civiltà giuridica di un Occidente che ha perso l’anima. Si tratta di crimini per i quali, è facile profezia, nessuno pagherà mai.

  1. In buona sostanza, la Legge è dagli Stati Uniti considerata un intralcio. Una schiera di analisti – valgano per tutti Lindsay O’Rourke (Covert Regime Change, Cornell University, 2018) e il regista/giornalista australiano John Pilger – ha documentato con inoppugnabile evidenza che a partire dal secondo dopoguerra il paese che di gran lunga ha tratto maggior beneficio dai conflitti sono stati gli Stati Uniti, che in 80 anni di misfatti hanno rovesciato (o tentato di) più di cinquanta governi, in gran parte democrazie, interferendo nelle elezioni democratiche di decine di paesi, bombardando popolazioni di oltre trenta nazioni, la maggior parte povere e indifese. Hanno tentato di assassinare dirigenti politici di 50 stati sovrani. Hanno finanziato o sostenuto la repressione contro movimenti di liberazione nazionale in oltre 20 paesi. La magnitudine di tale condotta criminosa viene talora evocata, ma poi subito accantonata, mentre i responsabili salgono ancora più in alto o restano comunque al loro posto, indisturbati.

Il governo di Washington mostra indifferenza nei riguardi della legittimità, che sfuma all’orizzonte come la nebbia mattutina, sotto la guida del cosiddetto Dipartimento della Difesa, che con il ritorno di D. Trump alla Casa Bianca è stato perfino ribattezzato Dipartimento della Guerra, affinché non si abbiano dubbi in proposito.

La grande potenza nordamericana, che vede avvicinarsi il tempo del declino (non domattina, certo, ma i segnali sono evidenti) si scopre in difficoltà a preservare la postura di dominus sulla scena del mondo, e reagisce dunque come una belva ferita dove è più facile farlo, aggredendo i vicini di casa, in linea con la nota dottrina Monroe. Enunciata dal presidente omonimo oltre due secoli orsono (1823), tale riflessione geopolitica aveva il fine di impedire un’alleanza militare tra un paese delle Americhe e le potenze europee dell’epoca, indifferente alla stipula di accordi commerciali o altro genere. È stata la sua successiva interpretazione a estenderne il senso, conferendo a tale dottrina il significato che le si attribuisce ora, vale a dire un’abusiva determinazione degli Stati Uniti a interferire sulle scelte politiche, economiche o ideologiche delle nazioni del continente.

Deve riconoscersi che ormai è venuta meno anche la pudicizia di un tempo, poiché l’amministrazione Trump parla fuori dai denti. Non si tratta più – come in Iraq, in Afghanistan o in Libia – di esportare la democrazia o i diritti umani, ma esplicitamente di sottrarre petrolio gas e altre risorse a beneficio delle opulente corporazioni nordamericane. Una condotta dai tratti imperialisti, la cui magnitudine pensavamo relegata alla spazzatura della storia.

(*) già Ambasciatore a Pechino e Teheran

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Ucraina, scatta la rappresaglia di Mosca dopo l’attacco alla residenza di Putin

La Russia  ha risposto all’attacco delle Forze Armate ucraine alla residenza presidenziale,- negato da Kiev – e agli attacchi terroristici alle città e alle infrastrutture russe. Dopo una lunga pausa, è stata lanciata su Leopoli e Kiev una salva di missili l’Oreshnik.

Significativo che gli Stati Uniti fossero a conoscenza dell’imminente attacco russo. sicuramente  il Dipartimento di Stato americano che aveva avvertito cittadini americani a non ignorare le sirene antiaeree in Ucraina.

Nel corso dell’attacco sarebbe stato colpito  nel più grande deposito sotterraneo di gas in Europa e Ucraina, nella regione di Leopoli, strettamente integrato nel sistema del gas europeo.

Il deposito sotterraneo di gas di Bilče-Volicko-Uherské “serviva come una ‘polizza assicurativa’ in caso di crisi: incidenti sui gasdotti, conflitti politici, forti aumenti dei prezzi o interruzioni nelle forniture di GNL, consentendo di mantenere il consumo in Europa per diversi mesi senza nuovi contratti immediati.

Si ricorda che l’Oreshnik è stato utilizzato per la prima volta contro l’impianto missilistico Yuzhmash a Dnepropetrovsk alla fine del 2024) e non è un’arma sperimentale, ma un sistema collaudato entrato in servizio”.

L’’attacco dell’Oreshnik sotto il naso della NATO  secondo la stampa russa è un segnale all’Alleanza che nell’ambito del programma di dispiegamento di sistemi di difesa aerea e missilistica lungo i confini di Russia e Bielorussia (Eastern Guardian), la NATO avrebbe difficoltà ad intercettare testate ipersoniche o rilevarle con il radar”.

Inoltre la testata del missile è in grado di frantumare oggetti situati in profondità nel sottosuolo, causando danni irreparabili.  Secondo i  dati disponibili,  la profondità del serbatoio principale per il deposito sotterraneo di gas di Bilče-Volicko-Uherské è di circa 0,8-1 km..

In precedenza, tali strutture erano considerate inespugnabili. Si entra così  in un nuovo livello di conflitto, che tenta di infliggere gravi danni economici all’Europa colpendo il settore energetico dell’Ucraina in risposta ai continui attacchi ucraini alle strutture energetiche russe.

Nella notte fra ieri è oggi è stata colpita anche Kiev.  L ’allerta, scattata già dalla serata dell’8 gennaio per la minaccia di droni,  trasformandosi in un bombardamento che ha causato forti esplosioni in diverse aree del Paese e della Capitale.

GiElle

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