Esteri

Confuso disordine o lineare caos del declino?

Piero Bevilacqua (*)

Qualcuno ricorderà quante ottimistiche promesse di pace sbandierava Donald Trump durante la sua campagna elettorale nel 2024? E quale piglio di pacificatore assunse nei primi mesi della sua presidenza, annunziando, come l’Angelo Gabriele, la pace in Ucraina e la fine delle morti nella martoriata Gaza? Oggi non c’è traccia reale alcuna degli effetti di tali entusiastici impegni. Il conflitto tra Russia e Ucraina prosegue col consueto andamento di morti e feriti quotidiani, la tregua a Gaza non ha fermato i bombardamenti da parte di Israele, i palestinesi continuano ad essere ammazzati, senza dire che il cosiddetto Piano di pace è un oltraggioso progetto neocoloniale, che calpesta dignità e indipendenza del popolo di Palestina. Un financing project finalizzato a un gigantesco saccheggio fondiario. Com’è noto, negli ultimi mesi questa veste missionaria di portatore di pace è stata violentemente dismessa. Trump, come se si fosse svegliato d’improvviso di cattivo umore, ha tirato fuori il ghigno del padrone, pretendendo l’annessione del Canada, che doveva diventare un nuovo stato americano, ha minacciato di conquistare militarmente la Groenlandia, poi ha ripiegato sull’acquisto; ha organizzato, con la sua amministrazione animata da zelo umanitario, un sanguinoso colpo di mano in Venezuela, rapendo e imprigionando Nicolàs Maduro, il legittimo presidente regolarmente eletto, come se l’esercito USA stesse recitando in un film western. Ha poi minacciato Cuba e vari stati latino-americani. Dalla fine di febbraio, insieme, allo stato genocida di Israele, di cui asseconda il sogno criminale, sta dando l’assalto, con un imponente schieramento militare, all’Iran. E, come il lupo nella favola di Esopo, cambia di volta in volta le ragioni di questa aggressione, con una arroganza bellica che ha pochi precedenti in tutti i secoli dell’età contemporanea. Una volta è la necessità di un regime change per liberare il popolo iraniano. Quella della liberazione dei popoli dalle dittature è per la verità da decenni una preoccupazione indomabile delle amministrazioni USA. Un’altra volta è impedire che l’Iran si doti di un’arma atomica, un’altra ancora è la protezione di Israele, quando non addirittura la difesa degli USA dalle minacce degli Ayatollah. E così via mentendo, mai una parola, sull’immenso giacimento di petrolio che giace nelle viscere di quel Paese. Ora si sbaglierebbe di superficialità ad attribuire alla personalità psichicamente complessa, diciamo così, di Trump lo spettacolo violento e contraddittorio a cui assistiamo in questi giorni. Questo, come la stessa personalità di questo presidente, riflette in pieno un evento storico che io non mi stanco di segnalare. È il risultato di un processo accelerato, drammatico e inosservato che si è consumato sotterraneamente nell’ultimo trentennio. Lo sviluppo capitalistico deregolato, la nascita di nuovi giganti dell’economia, della finanza, della tecnologia, hanno privato lo stato, nelle società dell’Occidente, della sua relativa autonomia, della sua secolare sovranità. La politica è diventata ancella del potere economico privato. Una transizione storica gigantesca e di imprevedibile portata. Basti pensare che perfino la guerra, l’atto supremo che per millenni è stata prerogativa dell’iniziativa statale, è oggi non solo condizionata, ma spesso ispirata da particolari interessi privati. Trump infatti, non era insincero quando si presentava come un pacificatore, quando millantava la sua capacità, una volta diventato presidente, di porre fine alla guerra in Ucraina. Lo aveva promesso ai suoi elettori, costituiva una necessità di svolta della politica estera americana per gli enormi problemi economici e finanziari che gravano su quel paese. E anche per una nascosta ragione strategica. Separare la Russia dalla Cina, l’avversario economico più temuto. Tutto questo – vista anche, per la verità, l’opposizione stolida dei governanti europei a chiudere quella guerra che danneggia l’economa e la vita delle popolazioni del Continente – è ormai sparito di scena. Trump ha dovuto ubbidire ad altre pressioni che contraddicono le sue promesse e gli stessi interessi del popolo americano. Infatti, tutte le amministrazioni USA devono fare i conti con pressioni profonde e segrete non sempre, anzi quasi mai, componibili in un indirizzo coerente. Esse devono soddisfare le pressioni di Wall Street, del mondo della finanza e del risparmio gestito ( incarnato da giganti come Black Rock, Vanguard e State Street ); con i big della tecnologia e del commercio,(come Microsoft, Nvidia, Alphabet/Google, Tesla, Amazon, ecc.); con le potenti lobbies ebraiche, che di fatto guidano la politica estera americana in Medio Oriente; e soprattutto con l’apparato militare industriale che spinge gli USA alla guerra come ragione della propria attività economica, del proprio processo di accumulazione, tanto più rilevante oggi, all’interno di una economia nazionale che si è vastamente deindustrializzata. Dunque Trump, che impone agli europei di occuparsi della difesa degli ucraini, di portare al 5% del PIL la spesa in armamenti, se vogliono tenere in piedi la Nato, non può abbandonare del tutto le campagne di guerra che hanno coperto gli USA di debiti e il mondo di lutti; non può abbandonare del tutto i sogni di dominio mondiale alimentati dai gruppi conservatori neocons , annidati in tutti gli apparati dell’amministrazione, non può non ubbidire alle richieste di Tel Aviv di impegnarsi in una guerra mortale contro l’Iran, l’unico grande ostacolo che si oppone all’affermazione definitiva del Grande Israele nel medio Oriente. Tanto più che il cambio di regime, la messa fuori gioco dell’Iran servirebbe ad un altro grande scopo strategico americano, che pochi analisti segnalano: colpire la Cina in un punto nevralgico. Non solo impedirle di accedere a una fonte importante di approvvigionamento petrolifero, ma anche sbarrarle una via di transito, l’accesso a un territorio e a uno spazio necessario per i sui commerci e per i suoi spostamenti. Dunque, lo spettacolo drammatico e inquietante a cui assistiamo, affacciati su un abisso che mai l’umanità si era trovato di fronte così vasto e ravvicinato, ci fornisce tuttavia una lezione definitiva, chiarisce al mondo una verità che finalmente impedisce a tutte le élites, e innanzitutto ai governati europei, di continuare a mentire. Gli Stati Uniti d’America sono il Primo Mobile delle guerre che devastano il pianeta, l’agente e causa prima del disordine internazionale. Perciò occorre impedirle di continuare ad avere il potere esorbitante di cui ha goduto grazie agli aiuti europei, grazie al nostro supporto militare, al nostro contributo economico, politico, culturale, alla nostra crescente subalternità. E bisogna dichiarare, a tal proposito, una verità nascosta e fondamentale da cui dipende il destino dei nostri Paesi: gli USA costituiscono un impero grazie al supporto dell’Europa. Senza di essa tornano ad essere uno stato, un grande stato, ma che non può più spadroneggiare nel mediterraneo e proiettarsi in Oriente. Privi del supporto territoriale, politico e logistico europeo devono tornarsene ai loro due oceani, che peraltro li hanno fini qui ampiamente protetti. L’impero americano è stato possibile grazie al nostro contributo storico. Ha osservato di recente il filosofo tedesco Hauke Ritz, “Senza l’Europa, gli Stati Uniti erano semplicemente una grossa isola ai margini del mondo. È stata solo la partecipazione a tutte le questioni europee a renderli una potenza sulla scena mondiale.” (Perché l’Occidente odia la Russia, Fazi 2026). Dunque, noi europei oggi abbiamo la possibilità intanto di affermare con forza ciò che le popolazioni del Continente hanno capito: che le fallimentari élites europee vorrebbero trascinarci in una guerra per ubbidienza e servilismo nei confronti del vecchio padrone americano. Un padrone che oggi trova nella guerra l’unico strumento per conservare un logorato potere imperiale, visto che esso ha perso ogni egemonia. Uno stato complice del genocidio di Israele a Gaza, che si comporta come un gangster internazionale, attaccando popoli sovrani senza nessuna giustificazione, non può più ottenere né consenso presso le opinioni pubbliche, ma odio e paura. E sull’odio e la paura nessun potere oggi si regge a lungo. Ma oltre ad affermare questa verità, oltre a poter smascherare, mostrare nitidamente di quante menzogne è impastata la narrazione della nostra stampa padronale, noi possiamo indicare una prospettiva di salvezza e di liberazione ai popoli europei. Noi dobbiamo liberarci al più presto del dominio militare, ideologico, politico, spionistico che gli USA esercitano su di noi da 80 anni. A cominciare dalle sue basi militari, a cominciare dalla Nato che non ha più ragione di essere se non quella di servire interessi imperiali insostenibili. La liberazione dell’Europa comincia da qui, da qui può prendere avvio un diverso progetto di cooperazione continentale, sulle ceneri dell’Unione Europea, nata come progetto atlantico. Un’ Europa che torna sovrana è oggi una indispensabile premessa di pace. Noi non abbiamo nemici, la Russia non ha alcun interesse ad invaderci, siamo noi, sono i nostri gruppi dirigenti, servi ciechi e suicidi, che negano alle proprie popolazioni i bassi prezzi delle fonti russe di energia e delle materie prime, per ubbidire agli interessi di un altro Continente, che sta oltre l’oceano Atlantico. Noi perciò possiamo oggi risvegliare l’orgoglio di essere europei, di avere una grande tradizione umanistica da difendere e aggiornare, di avere ospitato al nostro interno non solo tante conquiste del pensiero e dell’arte, ma anche tante rivoluzioni e processi di emancipazione popolare. Perché non dobbiamo dimenticare che siamo approdati in un’epoca in cui il modo di produzione capitalistico non è più compatibile non solo con la democrazia, ma anche con la sopravvivenza del genere umano sul pianeta, che la sua intima logica di sviluppo è ormai fonte di guerre e di paura, di umana infelicità. Abbiamo bisogno di un ordine internazionale pacificato per incominciare a progettare un nuovo assetto delle società. E non si può più nascondere la realtà: non sono la Cina o la Russia o l’Iran, cioè gli stati che bolliamo come autoritari (e che sono certamente illiberali, ma non sono le caserme sanguinarie della propaganda occidentale); non sono i paesi BRICS che rifiutano regole di giustizia nel rapporto fra i popoli, ma sono gli USA appoggiati in varia misura dalle tremebonde élites europee che infrangono le regole da esse stesse create e sottoscritte.

(*) Storico e scrittore

Related posts

L’Europa non trova punti d’intesa ed è sempre più divisa

Redazione Ore 12

Governo belga preoccupato per possibili azioni di spionaggio cinese

Redazione Ore 12

Davos: l’UE fra Trump e Pechino deve decidere cosa fare

Redazione Ore 12