Covid

Covid, Gimbe: “In discesa contagi, ricoveri e decessi”

 

“Per la terza settimana consecutiva – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – si registra un calo dei nuovi casi settimanali (-23,5%): da 236mila della settimana precedente scendono a quota 180mila, con una media mobile a 7 giorni di quasi 26mila casi al giorno” . Il calo dei nuovi positivi riguarda tutte le Regioni (dal -10,2% della Basilicata al -46,8% del Piemonte). Ad esclusione della provincia di Prato (+2,1%), in tutte le Province si registra una diminuzione dei nuovi casi (dal -4,9% di Brindisi al -53,6% di Biella). L’incidenza supera i 500 casi per 100mila abitanti in 4 Province: Rovigo (591), Padova (584), Venezia (557), Belluno (509). “Sul fronte degli ospedali – spiega Marco Mosti, Direttore Operativo della Fondazione GIMBE – dopo tre settimane consecutive di aumento si stabilizzano le terapie intensive (0%), mentre calano i ricoveri in area medica (-6,3%)”. In termini assoluti, i posti letto COVID occupati in area critica, dopo aver raggiunto il massimo di 254 il 17 ottobre, sono scesi a 232 il primo novembre; in area medica, dopo aver raggiunto il massimo di 7.124 il 24 ottobre, sono scesi a quota 6.658 il primo novembre.  “Considerato che il 29 ottobre Agenas ha interrotto la pubblicazione dei dati sui tassi di occupazione dei posti letto da parte di pazienti COVID-19 – si spiega – a partire da questa settimana il monitoraggio GIMBE utilizza il dato settimanale della Cabina di Regia ai sensi del DM Salute 30 aprile 2020 (Ministero della Salute, ISS). Al 3 novembre il tasso nazionale di occupazione da parte di pazienti COVID è del 10,4% in area medica (dal 3,4% del Molise al 33,5% dell’Umbria) e del 2,4% in area critica (dallo 0% della Valle D’Aosta al 7,1% dell’Umbria). “Tornano a scendere gli ingressi giornalieri in terapia intensiva – precisa Mosti – con una media mobile a 7 giorni di 24 ingressi/die rispetto ai 29 della settimana precedente”.

aggiornamento pandemia Covid ore 13.54

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Lopalco: “Occhio alle mutazioni del virus, scordiamoci l’immunità di gregge”

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La variante Xe del Covid non è più virulenta ed aggressiva delle altre. Il parere del Direttore del Simit, Massimo Andreoni Se parliamo in termini di virulenza, cioè di aggressività, di capacità da parte della Xe di dare patologia grave, direi che questa nuova variante del Covid-19 non sembrerebbe essere particolarmente più severa rispetto alle precedenti. Certo quando una variante circola moltissimo e dà tantissimi casi, come sta accadendo in questo momento, è evidente che anche in senso statistico più casi ci sono, più è probabile che siano colpite persone magari non vaccinate o particolarmente fragili che possono avere manifestazioni più gravi. Al momento, però, non ci sono dati che dicano in maniera chiara che sia per Omicron 2 che per Xe ci siano aumenti di gravità, di aggressività e di virulenza“. Lo sottolinea alla Dire il professor Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società italiana malattie infettive (Simit) e primario di Infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma. Secondo Andreoni la nuova variante andrà a sostituire la Omicron. È solo una questione di tempo. “La Xe- informa- è una sottovariante della sottovariante. Le subvarianti che si sono create da Omicron, sia la variante Omicron 2 che è diventata rapidamente predominante, sia questa variante Xe che sta iniziando a circolare, hanno fatto ulteriori piccole mutazioni in cui sostanzialmente hanno acquisito sempre di più la caratteristica della maggiore trasmissibilità. Un incremento che nella pratica si vede facilmente con il tempo con cui la variante sostituisce quella precedente. Quindi, più la variante nuova è facilmente trasmissibile, più corto sarà il tempo con cui questa variante sostituirà quella precedente. Omicron l’ha fatto rapidamente con Delta, Omicron 2 l’ha fatto rapidamente con Omicron, adesso vediamo cosa succede con Xe, quanto rapidamente andrà a sostituire Omicron 2. Dai primi dati effettivamente la sensazione è che questa diventerà la variante predominante”. Intanto la Xe sarebbe già arrivata in Inghilterra, ma secondo Andreoni è improbabile che troveremo la nuova variante nell’uovo di Pasqua. “I dati di questa pandemia- prosegue l’esperto- hanno sempre dimostrato che quando una variante a maggiore trasmissibilità inizia a circolare vicino a noi, e l’Inghilterra non è certamente lontana, in un tempo più o meno breve arriva anche da noi. Se effettivamente, come sembrerebbe da quello che accade in Inghilterra, questa è una variante a maggiore trasmissibilità, c’è da aspettarsi che una volta giunta in Italia diventi anche nel nostro Paese una variante presente e, probabilmente, predominante. Sapere se questo accadrà o meno entro Pasqua è però difficile a dirsi. Oltretutto i nostri sistemi di monitoraggio sono attivi e di buon livello ma non sono giornalieri, quindi noi abbiamo dati che poi arrivano periodicamente, settimanalmente o mensilmente. Abbiamo sempre un minimo ritardo nella descrizione di quanto sta accadendo epidemiologicamente in Italia”. Pur manifestandosi sempre come malattie respiratorie, le varianti hanno inoltre piccole differenze cliniche che in qualche modo le distinguono. “Le varianti che stanno circolando in questo momento- precisa Andreoni- poco interessano le basse vie respiratorie e questo è un aspetto positivo perchè, ovviamente, le gravi polmoniti sono caratterizzate proprio dall’interessamento delle basse vie respiratorie, mentre queste varianti interessano le alte vie respiratorie. Ecco perché assistiamo più a fenomeni legati a mal di gola, sinusiti e laringiti rispetto a quello che vedevamo prima. Poi nei pazienti non vaccinati o in quelli particolarmente fragili ovviamente la patologia è sempre la stessa, è l’interessamento polmonare che porta ai quadri più gravi”. Non è ancora chiaro se l’immunità che sta dando la vaccinazione contro Omicron 2 possa aiutare nel porre un freno all’avanzare della variante Xe. “Scientificamente parlando- aggiunge l’infettivologo- i dati relativi a questo non sono ancora definitivi, quindi aspetterei a dare una risposta certa. Quello che si sta vedendo è che man mano che queste varianti si generano si perde un po’ di capacità da parte dell’immunità di difenderci dall’infezione, che diventa sempre più frequente anche nei soggetti vaccinati. Mentre per quanto riguarda la protezione dalla malattia e dai casi gravi l’immunità sembrerebbe ancora funzionare bene. Quello che dunque ci potremmo aspettare è che questa ulteriore variante sia ancora un po’ meno protetta come infezione dalla vaccinazione rispetto a quella che stava circolando precedentemente”. Gran parte della perdita di efficacia dell’immunità è anche legata alla perdita progressiva dell’immunità a seguito della distanza che c’è tra una vaccinazione e l’altra. “Aver fatto una dose di richiamo recentemente- afferma Andreoni- ci offre una immunità anche nei confronti di queste varianti, e parlo soprattutto dell’infezione, chè è molto maggiore rispetto ad un soggetto che invece abbia fatto questa ultima dose di richiamo a distanza di quattro, cinque, sei mesi”. Da qui nasce anche la discussione se fare o meno una ulteriore dose di richiamo, a chi farla e a chi non farla. “Si tratta di dati abbastanza consolidati- dichiara- perchè il vaccino protegge abbastanza dall’infezione però, purtroppo, protegge in un determinato periodo di tempo, i famosi 120 giorni, poi inizia a perdere la sua capacità di protezione dall’infezione”. Nei confronti della malattia grave, invece, funziona bene. “È un motivo in più per dire a tutti di vaccinarsi- ricorda- perché in questo momento la quarta dose, già indicata nei soggetti immunodepressi, probabilmente potrebbe essere utile anche nei soggetti più anziani. Oggi che il virus circola così tanto, forse vaccinare gli ultra settantenni potrebbe essere una buona misura”. Intanto l’Italia è ripartita. Ma è stato deciso tutto troppo velocemente? Secondo Andreoni è un discorso complicato ma, allo stesso tempo, il direttore scientifico della Simit non ha dubbi. “In termini epidemiologici- replica- la risposta è certamente sì. È stato fatto tutto troppo in fretta in un momento di grande circolazione del virus. Certamente la valutazione di questo non può prescindere da quelle che sono altre esigenze. Io, ovviamente, faccio il medico, faccio l’infettivologo e rispondo per quello che è il mio punto di vista. Certamente con 60mila, 80mila, centomila nuovi casi di Covid-19 al giorno e con circa 150 morti al giorno, dire che siamo fuori dall’emergenza e che si può liberalizzare tutto è un azzardo, anche perché la circolazione del virus comporta quello che sta accadendo, ovvero il fatto che emergano nuove varianti, delle sub varianti, perché più il virus circola, più tende a mutare. È vero che la malattia è sotto controllo ma è altrettanto vero che stiamo permettendo al virus di fare quello che gli pare”. “Le valutazioni di altro genere non spettano a me e non voglio dire che le valutazioni epidemiologiche siano prioritarie rispetto a tutto il resto. In questo momento- ribadisce infine Andreoni- dire che non ci sono più esigenze di misure di contenimento particolari anche quando siamo all’aperto e siamo in condizioni di grande assembramento è un enorme azzardo. Anche perché dover tornare indietro è sempre più faticoso e doloroso che non fare passi più piccoli in avanti”.

Redazione Ore 12