Economia e Lavoro

Dazi: Confartigianato, Veneto più colpito, export Pmi in calo del 4,1%

“Il Veneto è tra le regioni italiane che stanno pagando il prezzo più alto della stretta protezionistica americana. Tra le quattro grandi regioni manifatturiere del Paese, infatti, tra agosto 2025 e marzo 2026, l’export delle micro e piccole imprese venete verso gli Stati Uniti registra una flessione del -4,1%, mentre in Lombardia il calo arriva addirittura al -10,4%. Tengono invece Emilia-Romagna (+2,6%) e Toscana (+10,6%), che riescono a chiudere l’anno in territorio positivo. È quanto emerge da una analisi dell’Ufficio studi di Confartigianato sugli effetti dei dazi statunitensi sulle imprese italiane”.

Lo evidenzia Confartigianato Veneto. “A livello nazionale,- prosegue Confartigianato- la stretta protezionistica di Washington presenta un conto pesantissimo: tra agosto 2025 e marzo 2026 le Pmi italiane hanno perso 5,3 milioni di euro di esportazioni al giorno verso gli Usa. In otto mesi, le vendite nei comparti a maggiore presenza di micro e piccole imprese si sono ridotte del 10,4%, per una perdita complessiva di export pari a 1,293 miliardi di euro”. “La frenata del Veneto è particolarmente preoccupante perché colpisce il cuore del nostro sistema produttivo regionale, fondato su filiere manifatturiere diffuse e su migliaia di imprese artigiane orientate all’export – commenta Roberto Boschetto, presidente di Confartigianato Imprese Veneto – i dazi americani stanno avendo un impatto diretto sulla competitività delle nostre produzioni, aggravato dalla svalutazione del dollaro e dal rallentamento del commercio mondiale”. Secondo l’elaborazione dell’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese Veneto su dati Istat, nel 2025 l’export manifatturiero veneto verso gli Stati Uniti si è attestato a 6,67 miliardi di euro, in calo del -6,5% rispetto al 2024 e del -10,4% sul 2023. Gli Usa restano comunque il terzo mercato di destinazione del manifatturiero veneto, con un peso dell’8,6% sull’export regionale totale. Tra i comparti più penalizzati figurano i mobili (-15,8%), le altre industrie manifatturiere (-20%), gli articoli in pelle (-4,8%) e le apparecchiature elettriche (-5,1%). Tiene invece il comparto dei macchinari, che rappresenta il 24% dell’export veneto verso gli Stati Uniti, pur registrando una flessione del -3,1%.

“Le nostre Pmi stanno dimostrando resilienza e capacità di adattamento – prosegue Boschetto – ma non possono essere lasciate sole in questa fase. Ai dazi americani e al rallentamento del commercio globale si aggiunge infatti una nuova impennata dei costi energetici che sta comprimendo ulteriormente i margini delle imprese manifatturiere. Nei quasi novanta giorni della crisi il prezzo del gas è aumentato del 38,3% rispetto ai livelli medi di febbraio, mentre l’energia elettrica all’ingrosso segna un +12,4%. Ancora più pesante l’impatto sul gasolio: il costo industriale supera del 60% i livelli pre-crisi. Per una regione manifatturiera ed esportatrice come il Veneto significa affrontare contemporaneamente una pressione sui mercati esteri e un aumento dei costi di produzione. Servono – continua Boschetto – interventi concreti per sostenere l’internazionalizzazione, favorire la diversificazione dei mercati e accompagnare le imprese verso nuove aree di sbocco commerciale. È indispensabile una strategia condivisa di Sistema Paese, capace di coinvolgere Governo, Ice, Simest, Sace e sistema bancario”.

Confartigianato Imprese Veneto sottolinea inoltre “come alcuni mercati alternativi stiano mostrando segnali interessanti per il made in Veneto: nel 2025 crescono infatti le esportazioni verso India (+26%), Emirati Arabi Uniti (+15,7%), Canada (+9,5%) e Messico (+2,1%), confermando la necessità di rafforzare le strategie di diversificazione commerciale.Nel complesso, nel 2025 l’export manifatturiero veneto si è attestato a 77,3 miliardi di euro, confermando il Veneto come terza regione esportatrice italiana con il 12,6% del totale nazionale”. “Sulla frenata del nostro export in Usa – ricorda Boschetto – pesano tre fattori concomitanti: l’impatto diretto dei dazi, il rallentamento del commercio globale e un ‘dazio implicito’ dettato dal cambio. Tra agosto 2025 e marzo 2026, infatti, il dollaro si è svalutato mediamente del 9% rispetto all’euro, azzoppando la competitività di prezzo delle nostre produzioni. Una tempesta perfetta che si innesta in una fase ciclica già complessa, appesantita dalle tensioni energetiche legate alla crisi del Golfo”.

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