di Piero Bevilacqua (*)
Solo un nuovo ceto politico può incamminarsi con coraggio sulla via che può salvare l’Europa e che è quella a lei storicamente più propria: l’alleanza organica con la Russia, con uno Stato che sta nel nostro continente, non oltreoceano. Un paese da cui non abbiamo ricevuto offese e che gli europei hanno più volte attaccato e invaso, massacrandone le popolazioni. La Federazione russa possiede il territorio più vasto del pianeta, è spopolato, è un immenso deposito di materie prime e di fonti di energia. Se c’è qualcosa di cui non ha alcuna necessità è occupare territori altrui. L’idea che il suo esercito voglia invadere l’Europa è una stolida, consapevole menzogna delle nostre classi dirigenti per coprire i loro drammatici errori. La Russia ha un grande interesse ad avere rapporti pacifici con noi, ed è notissimo anche alle pietre delle strade che è sulla base di queste convenienze reali che si muove la storia degli Stati. Le guerre costano e si intraprendono per interessi e necessità. Sarebbe dunque sufficiente abbandonare un pregiudizio alimentato ad arte per decenni dalle potenze atlantiche, il prodotto più tossico dell’americanismo, per afferrare l’enorme vantaggio che gli europei acquisirebbero da un rovesciamento delle alleanze attuali.
Occorrerebbe che le popolazioni d’Europa, come nella fiaba di Andersen, finalmente gridassero: “Il re è nudo”, i nostri governanti stanno mentendo. Un saldo rapporto con la Federazione russa consentirebbe all’Europa di godere di una grande deterrenza militare, che farebbe venir meno, attraverso la diplomazia, la necessità di svenarci in spese belliche, schiudendoci prospettive economiche a dir poco grandiose con tutta l’Eurasia.
Ma la fine del rapporto privilegiato (e dei segreti ricatti) con le amministrazioni americane può significare l’emancipazione culturale definitiva dalla colonizzazione subita negli ultimi 80 anni.
E questo può consentire a una nuova generazione di intellettuali europei l’apertura di un nuovo orizzonte di progettualità teorica e culturale. Senza dire che l’Italia si potrebbe finalmente liberare del padre padrone che ha condizionato, spesso con oscure trame, la storia della Repubblica.
Lo scenario che si schiude è l’affascinante ignoto aperto dalla fine di cinque secoli di dominio coloniale dell’Europa e poi degli USA sul resto del mondo. La sconfitta militare della NATO in Ucraina, l’emergere della potenza della Cina, l’avanzamento del fronte multiforme dei BRICS, un mosaico di antiche civiltà che il nostro eurocentrismo suprematista ha allontanato dal nostro sguardo e spesso criminalizzato, può dare vita a un cosmopolitismo davvero mondiale. Esso è destinato a decretare la fine dell’unipolarismo USA e potrà imporre nuove regole di diritto internazionale, in grado di inglobare non solo gli interessi dei popoli, ma anche quelli della natura, del mondo animale, capace di incorporare i nuovi saperi del nostro tempo, fondando una nuova civiltà del diritto. Certo non ci sfugge che questa è, al momento, una potente linea di tendenza della storia e che gli USA non cederanno, come stanno del resto già facendo, rinunciando a contromosse sanguinarie. Avanzeremo negli anni prossimi muovendoci sul crinale di due sole possibili alternative: un assetto multilaterale del mondo o la guerra termonucleare e la fine.
Ma essere consapevoli di chi è realmente il Nemico è la premessa imprescindibile. Questo ci illumina nell’apparente confusione del presente su come dobbiamo muoverci come studiosi, come forze intellettuali, come produttori d’informazione.
(*)Storico e scrittore 5- Segue
