di Riccardo Bizzarri (*) Giornalista
Il primo rapporto Univ–Censis “La sicurezza fuori casa” consegna all’Italia un’immagine inquietante e tristemente attuale: quasi sette donne su dieci temono di uscire la sera. È un dato che colpisce come uno schiaffo, non per la sua novità, perché le donne lo sanno da tempo, ma per la sua cruda conferma in numeri, percentuali, freddo linguaggio statistico.
Questa non è solo una questione di sicurezza. È una questione di giustizia. Di dignità. Di civiltà. Perché il diritto a camminare da sole, a vivere lo spazio pubblico senza timore, è il fondamento stesso della libertà.
Nel 2024 in Italia sono stati denunciati oltre 2,3 milioni di reati. Le violenze sessuali sono aumentate del 34,9% in cinque anni. Il 67,3% delle donne ha paura a tornare a casa dopo il tramonto. Non sono solo numeri. Sono storie. Sono vite trattenute, confinate, mutilate nei gesti più semplici: prendere un autobus, andare a correre, uscire da un locale.
L’insicurezza femminile è un fatto sociale, ma anche personale. La paura non è solo figlia dell’evento tragico, ma dell’eventualità costante. È l’ombra che accompagna ogni passo. È l’auricolare tolto per restare all’erta. È la chiave stretta in mano, pronta a diventare arma. È la telefonata “fammi sapere quando arrivi”.
Secondo il rapporto, il 25,6% delle donne ha subito molestie sessuali. Il 29,5% è stata seguita da uno sconosciuto. Il 23,1% è stata vittima di borseggi o scippi. A questo si aggiunge una percezione diffusa: l’81,8% ritiene che camminare per strada sia oggi più pericoloso rispetto a cinque anni fa.
E la conseguenza è drammatica: il 38,1% degli italiani ha rinunciato almeno una volta a uscire per paura. Tra i giovani la percentuale sale al 52,1%. È una società che si ritira, che si chiude, che restringe lo spazio della vita pubblica per fare posto alla paura.
Benjamin Franklin diceva “Coloro che rinunciano alla libertà per ottenere un po’ di sicurezza temporanea non meritano né l’una né l’altra.”
Ma è davvero questa la sicurezza che vogliamo? Una sicurezza costruita sull’arretramento, sulla rinuncia, sull’autolimitazione? Oppure dobbiamo pensare a un modello diverso, dove la libertà non venga barattata ma protetta, dove l’urbanistica, la cultura e l’educazione lavorino insieme per un ambiente più equo, umano e condiviso?
Il rapporto evidenzia anche il crescente ricorso alla vigilanza privata: il 75,8% della popolazione crede che le guardie giurate contribuiscano a prevenire i reati. Ma delegare la sicurezza solo alla sorveglianza è un segnale di sfiducia nello Stato. È come costruire mura più alte senza chiedersi cosa c’è che non va all’interno.
Nella società dell’apparente progresso, dove ci si vanta di diritti acquisiti e di conquiste femminili, una donna che ha paura di camminare da sola è una denuncia vivente. È la prova che l’emancipazione formale non basta, se la realtà quotidiana la contraddice. È l’ennesimo paradosso di una civiltà che corre veloce verso l’innovazione ma inciampa sulla convivenza.
Le strade devono essere percorribili, le piazze vissute, la notte restituita. Perché una società davvero avanzata non si misura dalla tecnologia che produce, ma dalla libertà che garantisce. E finché una donna dovrà dire “fammi sapere quando arrivi”, nessuno potrà davvero dirsi libero.
Il rapporto del Censis è una sveglia, ma non può restare solo questo. Serve una risposta ampia e coraggiosa. Serve rieducare, riorganizzare, ristrutturare. Serve ascoltare le donne e credere alle loro paure. Serve uno Stato che torni a essere presente nei quartieri, nelle stazioni, nei parchi. Non solo con agenti, ma con cultura, con luce, con presidi sociali.
Serve, in definitiva, restituire il diritto a camminare. Senza paura. Senza scuse. Senza condizioni.
(*) Giornalista
