di Michele Rutigliano (*)
Da quando la nostra Prima Repubblica è passata a miglior vita, la politica italiana si è sempre più ingegnata a costruire operazioni a tavolino. Alcune di esse sono durate “l’espace d’un matin”; altre hanno resistito qualche anno; pochissime hanno lasciato una traccia o un segno profondo nella storia costituzionale del nostro paese. Il progetto di Matteo Salvini di trasformare la Lega in un partito nazionale capace di conquistare il Mezzogiorno appartiene ormai alla prima categoria. Dopo anni di slogan, campagne mediatiche e tour elettorali nelle piazze meridionali, anche al Sud la nave del Capitan Salvini sembra essersi incagliata e si avvia ormai verso un lento naufragio politico. La storia insegna che il Mezzogiorno può essere conquistato temporaneamente sul piano elettorale, ma difficilmente può essere trasformato senza una reale comprensione, dei suoi storici problemi. Dopo l’Unità d’Italia, il Sud subì quella che molti storici hanno definito una “piemontesizzazione”, cioè l’estensione di modelli amministrativi e fiscali concepiti altrove. Oggi, con le dovute proporzioni, appare fallita anche quella specie di “salvinizzazione” politica del Mezzogiorno: vale a dire il tentativo di esportare nel Sud una narrazione costruita prevalentemente su esigenze e sensibilità maturate in altre e ben più progredite aree del Paese.
Dalla Lega antimeridionale alla Lega nazionale
Per decenni la Lega ha costruito la propria identità contrapponendo il Nord al Sud. Gli slogan contro “Roma ladrona”, le accuse al Mezzogiorno assistito e le polemiche sui trasferimenti di risorse pubbliche sono rimasti impressi nella memoria collettiva di milioni di meridionali. Con l’arrivo di Salvini, il partito ha cambiato pelle. La Lega Nord è diventata semplicemente Lega. I vecchi avversari si sono trasformati in potenziali elettori. Dal punto di vista comunicativo l’operazione è stata brillante. Per alcuni anni il consenso è cresciuto anche nelle regioni meridionali, alimentato dalla protesta verso i partiti tradizionali e dalla forte esposizione mediatica del leader. Ma il consenso raccolto non si è trasformato in un vero radicamento politico e culturale. Quando è arrivato il momento di affrontare i nodi strutturali del Sud — infrastrutture carenti, aree interne in declino, fuga dei giovani, crisi demografica e ritardi nello sviluppo — gli slogan hanno mostrato tutti i loro limiti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la spinta propulsiva si è progressivamente esaurita e il progetto di conquista del Mezzogiorno ha iniziato a perdere quota.
Un monito per tutti: Il Sud non è una colonia elettorale
L’errore commesso dalla Lega non è molto diverso da quello compiuto, nel tempo, da altri partiti nazionali. Considerare il Mezzogiorno come un immenso serbatoio di voti da conquistare con promesse, visite lampo e campagne social significa non aver compreso la natura delle comunità meridionali. Il Sud conosce perfettamente le proprie difficoltà. Sa che senza investimenti produttivi, infrastrutture moderne, occupazione qualificata e servizi efficienti non esistono scorciatoie. Può concedere fiducia a nuove forze politiche, ma pretende risultati. E quando questi non arrivano, il consenso si dissolve con la stessa rapidità con cui era nato. È proprio ciò che sta accadendo oggi. La nave del Capitan Salvini, partita con l’ambizione di conquistare stabilmente il Mezzogiorno, si è trovata a navigare in acque sempre più difficili. E il vento favorevole degli anni passati sembra ormai essersi fermato.
La rivincita del principio di realtà
La politica contemporanea vive spesso nell’illusione che bastino un sondaggio, un video virale o una polemica ben costruita per cambiare la realtà. Ma la storia ragiona con tempi più lunghi e, alla fine, presenta sempre il conto. Il ridimensionamento della Lega nel Mezzogiorno non rappresenta soltanto una sconfitta di un partito. È la dimostrazione che il Sud continua a sfuggire alle operazioni fondate più sul marketing politico che sulla conoscenza dei territori. Esauriti i riflettori e finite le campagne elettorali, restano infatti le vere priorità: lavoro, sviluppo, infrastrutture, giovani, imprese, servizi e qualità della vita. La forzata “piemontesizzazione” dell’Ottocento non riuscì a cancellare l’identità del Mezzogiorno. Allo stesso modo, la tentata e pittoresca “salvinizzazione” del Terzo Millennio non è riuscita a trasformarlo. Lo ha solo rappresentato come un’ appendice elettorale di strategie elaborate altrove. Ancora una volta il Sud ricorda alla politica italiana una verità molto semplice: i popoli possono essere sedotti per qualche stagione, ma non possono essere ingannati per sempre. Prima o poi arriva il momento della verifica. E il principio di realtà, quasi sempre, finisce per prevalere sugli slogan. Messaggi urlati che, alla prova dei fatti, si rivelano per quello che sono: frasi ad effetto che mirano a colpire la pancia degli elettori o i loro sentimenti di paura e di appartenenza, anziché attivare, nel loro cervello, il pensiero logico e l’analisi critica.
(*) Giornalista
