di Margherita Lopes *
Non si parla più molto di epatite A, ma l’aumento dei casi segnalati prima in Campania e poi in altre regioni – tra cui il Lazio – continua a destare preoccupazione fra gli addetti ai lavori. Stando al Dipartimento di Prevenzione della Asl Napoli 1 Centro la diffusione del virus risulta superiore di dieci volte rispetto alla media degli ultimi dieci anni e di 41 volte rispetto all’ultimo triennio. Ma quando finirà l’allarme? “Si tratta di una malattia che ha un periodo di incubazione che va da 15 a 50 giorni e questo significa che ancora qualche caso sporadico possiamo vederlo fino alla scadere dei 50 giorni dai primi contagi”, dice a LaSalute di LaPresse Massimo Ciccozzi, epidemiologo dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.
“L’epatite A ha un decorso generalmente autolimitante e benigno, con forme asintomatiche nei bambini. La trasmissione – ricorda l’epidemiologo – avviene per via oro-fecale. Il virus è presente nelle feci 7-10 giorni prima dell’esordio dei sintomi e fino a una settimana dopo, mentre è presente nel sangue solo per pochi giorni. In genere il contagio avviene per contatto diretto da persona a persona o attraverso il consumo di acqua o di alcuni cibi crudi”. “A volte si possono avere forme più gravi con decorso protratto e persino epatiti fulminanti, che sono rapidamente fatali. La malattia però è letale solo in una percentuale di casi che oscilla tra lo 0,1% e lo 0,3%, ma può arrivare fino all’1,8% negli adulti sopra ai 50 anni”, ricorda ancora l’esperto.
Quali sono i sintomi? “In genere l’epatite A, che dura 1-2 settimane, si manifesta con febbre, malessere, nausea, dolori addominali e ittero, accompagnati da valori alti delle transaminasi e della bilirubina. I pazienti guariscono completamente senza mai cronicizzare, pertanto non esiste lo stato di portatore cronico del virus A, né nel sangue, né nelle feci”, aggiunge lo specialista.
Sono diversi gli alimenti sospettati, ma per i casi registrati in diverse Regioni da inizio 2026 “il fattore di rischio principale sono i molluschi mangiati crudi o poco cotti, dunque torno a raccomandare di cuocere bene i frutti di mare e di curare l’igiene con particolare attenzione”, conclude Ciccozzi.
* La Presse
