“Stiamo trainando la crescita economica anche nell’anno post tariffe”. Lo rivendica con un sorriso il presidente di Farmindustria Marcello Cattani che, a margine dell’Assemblea pubblica in corso a Roma, analizza lo stato di salute delle relazioni con gli Stati Uniti. Nel 2025 l’export farmaceutico dell’Italia verso gli Usa è stato pari a 15,8 miliardi di euro, il 23% del totale italiano, in crescita del 54% rispetto al 2024. E nel primo trimestre del 2026, stando agli ultimi dati, l’export verso gli Usa è a 5,3 miliardi di euro, il 29% del totale Italia e in crescita del 28% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ecco anche perché, nonostante i recenti ‘attriti’fra i due Paese, Cattani si dice “ottimista” guardando al futuro del settore. “Per natura sono ottimista – dice il numero uno di Farmindustria, rispondendo a una domanda di LaPresse – e da interista devo essere per forza sempre ottimista. Ma, come abbiamo visto, in effetti nel 2025 le tariffe non hanno rappresentato un problema. È chiaro che il cambiamento indotto dagli Stati Uniti a livello mondiale per rendersi meno dipendenti da Europa, Cina e India ha degli impatti, e gli impatti sono evidenti. Riguardano gli investimenti che andranno negli Stati Uniti nei prossimi cinque anni, oltre 400 miliardi di dollari ricerca di base translazionale, clinica, produzione industriale per essere meno dipendenti”. “Credo che l’Italia e gli Stati Uniti, al netto delle dinamiche che abbiamo visto negli ultimi giorni, e come hanno ribadito il presidente del Consiglio e il ministro Tajani, siano due Stati importanti dell’Alleanza atlantica che cooperano a livello commerciale, a livello industriale, sulla ricerca. Quindi siamo convinti che la collaborazione e il rapporto con gli Stati Uniti sarà sempre solido sul fronte della salute e dell’innovazione”, riflette Cattani. Il messaggio, dunque, è quello di imparare dalle scelte “di chi ha puntato per primo su questo settore, attraverso competenze e investimenti. Perché – avverte il numero uno di Farmindustria – non si può fare innovazione giocando al ribasso”.
Farmaci: Schillaci, solo l’11% delle nuove molecole è sviluppato in Europa
“Siamo a un crocevia strutturale. Solo l’11% delle nuove molecole viene sviluppato in Europa, il 70% arriva da Stati Uniti e Cina. Non parliamo di una debolezza marginale, è un paradosso strutturale. I talenti ci sono, ma i brevetti stesso migrano altrove per essere sviluppati e con loro la catena del valore”. Così il ministro della Salute Orazio Schillaci nel suo intervento all’assemblea pubblica di Farmindustria. Le cause, per Schillaci, sono note: “Investimenti insufficienti, mercati frammentati, burocrazia che scoraggia il venture capital, partnership pubblico-private che a volte esistono più sulla carta che nella realtà, perdita di brevetti”. Il risultato è che “l’industria farmaceutica europea, ma anche quella italiana, rischia di diventare sempre più un’industria di trasformazione e sempre meno di innovazione”.
Regolare playback e ridurre tempi attesa innovativi
Regolamentare il payback in modo equo e prevedibile e ridurre i tempi tra approvazione dell’Ema e disponibilità dei farmaci innovativi per i pazienti italiani. Sono le due priorità delineate per il settore farmaceutico dal ministro della Salute Orazio Schillaci. “Le conseguenze possibili del Most Favoured Nations – aggiunge – sono tre: prezzi più alti per i sistemi sanitari europei, minori investimenti infrastrutturali sul nostro territorio e soprattutto accesso ritardato dei pazienti ai farmaci innovativi”. La legge delega farmaceutica prevista per fine anno, chiarisce Schillaci, “fa esplicito riferimento a entrambi questi nodi, non è un documento generico”. Nel medio termine “dobbiamo rendere ordinari strumenti come l’Hta olistica, per valutare il reale valore terapeutico nella gestione complessiva del paziente e non solo il costo nell’anno zero”. E poi la “real world evidence sistematica, generata di concerto tra Aifa e Regioni, andando oltre gli attuali registri. Le risorse del Pnrr consentono di costruirla e dobbiamo usarle”. Infine i “Managed Entry Agreements come risposta strutturale: accordi di accesso controllato con sconti legati agli outcome consentono ai produttori di mantenere un prezzo netto adeguato, senza incorrere nelle penalizzazioni Mfn”, conclude Schillaci.
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