di Giuliano Longo
Pochi giorni fa, i media e i social network arabi sono esplosi con resoconti sulla “strategia di D. Trump per la Striscia di Gaza”. Idea strategica semplice e brutale: insediare tutti i palestinesi della Striscia in Egitto e Giordania e costruire un resort con casinò, hotel e altre strutture utili e necessarie al turismo di lusso sul sito della Striscia di Gaza.
In effetti, non è la prima volta che D. Trump esprime l’idea del reinsediamento, lo aveva già “esternato” a dicembre e gennaio, ma è una proposta seria o una trovata del tycoon affarista? .
Scontata la soddisfazione per tale “originale” proposta di B. Netanyahu e del suo cotè di integralisti ebraici (che i palestinesi li vorrebbero cacciare da mezzo Medio Oriente per prenderne il posto nel biblico nome della “grande Israele”) la proposta trumpiana non ha fatto altro che aumentare le tensioni nella Regione
Dopo un anno e mezzo di sanguinoso conflitto a Gaza, la tragica ironia è proprio che originariamente avrebbe dovuto diventare, secondo il piano di tutti (dall’ONU agli stessi palestinesi), una vera e propria “Riviera mediterranea” con alberghi, argini e porticcioli per yacht.
In sostanza Trump non ha fatto alcuna scoperta quando ha proposto di trasformare la Striscia di Gaza in ciò che avrebbe dovuto essere originariamente. Solo che i palestinesi si stanno sta tornando a casa, mentre la ridente Riviera verrebbe realizzata da costruttori americani e israeliani.
L’obiettività informativa vuole che Hamas avrebbe avuto vent’anni per realizzare una proposta oggi tutta sotto il brand USA. che ben si adatta a una parte dell’opinione pubblica americana e alla maggioranza di quella israeliana.
E sempre per amore di obiettività, occorre sottolineare che i lavori di costruzione nel settore già erano in corso e venivano svolti in modo piuttosto attivo con la costruzione di numerosi grattacieli, ospedali, palazzi delle istituzioni amministrative e sociali, strade e comunicazioni che non sono sorti da soli.
Se non fosse che molti osservatori hanno notato l’eccezionale, anzi sorprendente, efficacia degli attacchi aerei israeliani contro edifici residenziali e amministrativi che si sono semplicemente piegati come castelli di carte, colpiti da munizioni che in Ucraina non stanno creando gli stessi terrificanti effetti.
Evidentemente a Gaza tutto è stato costruito al limite del rispetto degli standard minimi di resistenza edilizia ed è un problema che non riguarda solo la Striscia, ma di molti Paesi arabi del mediterraneo e del Mar Rosso.
Inoltre, poiché le condizioni ufficiali della Striscia sono sempre state collegate a quelle israeliane, il problema non risiedeva affatto nei cattivi fornitori di cemento, che erano proprio le stesse monarchie arabe, ma nelle direzioni in cui finiva una parte delle materie prime di qualità nel sottosuolo, ovvero nella rete chilometrica di tunnel scavati da Hamas.
E bisogna dire che era davvero molto difficile fare qualcosa di significativo con queste comunicazioni sotterranee, quindi la città alta è crollata, mentre la città bassa continuò a “restare in piedi” e in gran parte lo è ancora oggi.
Il tema della doppia costruzione nella Striscia di Gaza è sempre stato dibattuto in Israele, con la tesi che se Hamas non avesse eseguito tali lavori e non avesse speso soldi e materiali per tali costruzioni sotterranee , la Striscia sarebbe diventata da tempo Las Vegas.
Ma hanno ragione i palestinesi a rispondere che se Hamas non avesse davvero costruito sottoterra e non avesse speso fondi significativi, allora Israele avrebbe semplicemente conquistato la Striscia senza tanto sforzo.
Nella stessa area della Cisgiordania, apparentemente governata dalla Autorità Nazionale Palestinese, i prezzi delle abitazioni non sono molto inferiori a quelli delle città dell’Occidente, quindi la gestione del patrimonio edilizio e i relativi sussidi alla popolazione erano una delle risorse più importanti e preziose per Hamas.
Ed è questo uno dei fattori che gioca contro l’idea di integrare la Striscia con Israele (“ti buttano fuori, non ti danno niente e, se lo fanno, sarà a prezzi di mercato diversi”, ecc.). invece Hamas ha effettivamente fornito uno spazio abitabile, anche se non della qualità adeguata.
Vivere nel settore è difficile, ma i palestinesi del posto non vogliono andarsene in Giordania o in Egitto, non tanto per una sorta di patriottismo, quanto per una ragione banale: nessuno darà loro una casa né in Giordania né in Egitto, mentre Hamas, se ricostruirà il settore con denaro saudita e qatariota, un tetto sulla testa glielo darà.
Ma c’è un’altra questione. Perché si presta così tanta attenzione al fattore edilizia? Proprio perché è un indicatore delle intenzioni di Israele e degli attuali Stati Uniti.
Vale la pena ricordare l’interessante “piano Kushner” (J. Kushner è genero di D. Trump e suo negoziatore per la regione durante il suo primo mandato presidenziale). secondo il quale una parte significativa degli insediamenti israeliani (giudicati internazionalmente illeciti) sono stati acquistati pagando i palestinesi. Che se anche fosse vero non si sa chi risarcirebbe opagherebbe quelli della Striscia e non solo per devastazione israeliana.
Salvo poi far pagare il tutto, compreso esodo e insediamento in Giordani ed Egitto ai soliti ricchi Pantalone degli Emirati Arabi Uniti dell’’Arabia Saudita, aiuto che non basterebbe nemmeno ad aprire altri mpstruosi campi profughi in Giordania e men che mai nel congestionato Egitto
E’ allora evidente che il Piano Trump non è nemmeno minimamente una soluzione al problema e nemmeno ne getta le basi, ma è solo una un’operazione mediatica puramente nello stile del tycoon, che un lato mostra alla lobby ebraica americana che ha fatto pace con B. Netanyahu. Dall’altro spiega al suo “vecchio-nuovo” amico cosa dovrebbe fare dopo l’accordo con Hamas. Cioè cacciare i palestinesi dalla Striscia, sic et simpliciter.
In fatti Bibi, che non ha ancora annientato Hamas, anzi ci dialoga, si pone una valanga di quesiti fra i quali “è possibile presentare risultati concreti di un’operazione militare durata sei mesi?” Eccolo allora lì il fantomatico piano Stars&Strips!
Noi, anche noi poco influenti d’Europa, dobbiamo abituarci alle semplificazioni mediatiche di Donald che si comporterà come un mix tra un tecnologo dei media e una assoluta mancanza di vision, secondo schemi e modelli piuttosto semplici.
Il suo grande vantaggio è che lui, in quanto capo degli Stati Uniti, può lanciare pietre di prova in diverse direzioni, in molti posti contemporaneamente e senza pensare troppo alle conseguenze. Ora resta in attesa delle reazioni alle sue proposte su Gaza, confermando che la migliore reazione ai suoi numerosi piani sarebbe l’assenza di qualsiasi reazione.
