di Fabrizio Pezzani (*)
Il termine “Armageddon“ di derivazione ebraica sta a significare lo svolgersi di un evento e scontro epocale con l’indicazione del luogo dove questo dovrebbe avvenire il monte di Megiddo (Har Megiddo) dall’Antico Testamento. Nella storia il termine è stato spesso evocato per definire fasi storiche di guerra, la prima guerra mondiale o la seconda, in cui civiltà e culture diverse venivano allo scontro per definire la dominanza dell’una o dell’altra. Non diversamente, oggi, ci troviamo di fronte ad una fase storica che sta mettendo in discussione un modello socioculturale che si è andato affermando negli ultimi due secoli a partire dal campo della speculazione, Kant e l’idealismo tedesco come origine e Marx come epilogo, ma che ha avuto una forte accelerazione negli ultimi 30 anni. Il modello socioculturale si è andato definitivamente affermando verso una forma di accentuato materialismo di tipo sensistico.
Il modello in discussione, quindi, ammette come verità solo ciò che si vede, si tocca e si misura, di conseguenza le scienze che spiegano “la verità“ sono quelle tecniche – razionali che da conoscenza tecnica hanno assunto l’ordine di conoscenza morale cioè essere bene in quanto tale da non mettere in discussione.
Si sviluppano così le scienze che indagano la fisica, la medicina, la matematica, la chimica, la biologia ma non quelle che si occupano della dimensione trascendente della persona come la religione la filosofia e le scienze umanistiche in senso lato; l’individuo viene, così, sempre più visto e studiato come macchina termodinamica e non come persona. La cultura prevalente diventa estremamente pragmatica e suggerisce sempre di rispondere alla domanda “come si fa?; mentre la domanda “ che cosa è?“ rimane in secondo piano e così l’attenzione ai mezzi finisce per prevalere rispetto all’attenzione ai fini che sono dati.
Quest’approccio, definibile come il miraggio della razionalità, parte dallo studio delle scienze naturali ma si estende alle scienze sociali, come l’economia e la finanza, nell’idea che i modelli di studio, diventati autoreferenziali, siano indipendenti, come nelle scienze naturali, dalla realtà dimenticando che l’intrinseca emozionalità dell’uomo è una variabile che condiziona sempre le sue scelte. Quando il nostro pensiero è parte integrante della realtà in cui viviamo viene meno la separazione perché nelle nostre scelte saremo sempre condizionati da aspettative emozionali euforiche o depressive; ad esempio quando la gente vende o compra titoli lo fa su aspettative non su conoscenze.
L’economia e la finanza di conseguenza assumono questo “imprinting“ diventano autoreferenziali e dettano le regole del divenire delle società e delle persone indicando ad esse il percorso della “verità“. L’economia e la finanza diventano la condizione necessaria e sufficiente per avere una buona società e le loro regole sono verità da non mettere in discussione. Le regole sono la variabile indipendente e la società e le persone la variabile dipendente; così viene a modellarsi nel tempo una società valutata in termini quantitativi che esaspera modelli sociali conflittuali e spinge a forme crescenti di individualismo finalizzato a realizzare il massimo risultato a breve a costo di normalizzare comportamenti illeciti; si finisce per dare spazio all’ancestrale avidità dell’uomo. Si è così generato il più imponente travaso di ricchezza che la storia ricordi; gli Usa, ad esempio, hanno lo stesso livello di concentrazione di ricchezza che avevano nel 1929 prima della grande depressione e più simile, oggi , a quello della Bolivia e della Colombia rispetto a quello dei paesi europei nonostante la frase più simbolica del paese come espressione della democrazia e dell’uguaglianza sia “e pluribus unum“.
Un altro aspetto comportamentale che caratterizza l’evoluzione della società a seguito della diffusione di tale modello culturale è la progressiva caduta della tensione e dell’ordine morale, come possiamo osservare negli scandali quotidiani, perché l’esclusiva attenzione agli obiettivi di profitto e di risultato mette in secondo piano l’attenzione all’etica, spesso ripresa come valore da recuperare. L’idea che la “verità“ debba essere misurabile confina l’ambito dei valori più metafisici – etica, solidarietà, equità, felicità, moralità – espressi da sentimenti non misurabili in un’ area dai confini non più chiaramente definibile quindi opaca e non immediatamente applicabile nei comportamenti quotidiani.
Ne risulta che oggi la società ha difficoltà a capire l’essenza delle cose e di fare ciò che è giusto di fronte ad essa; è il senso di giustizia che Platone aveva definito come il compendio del dovere umano.
Questo modello socioculturale è oggi in discussione perché il pensiero unico tecnico-razionale che lo sostiene ha soffocato il pensiero creativo che è l’unico che porta avanti la società con la libera associazione di idee come la storia dimostra; inoltre l’esclusiva attenzione alle scienze tecniche orienta il pensiero solo al futuro e lo rende, di conseguenza, incapace di leggere i tempi della storia e di conservarne la memoria, funzionale a mantenere il principio di previdenza. Così la nazione espressiva di quel modello, gli USA, si trova di fronte al grande dilemma del suo futuro e del rapporto con un mondo che essendo sempre più interdipendente richiede la rivisitazione di un modello socioculturale in grado di riportare l’uomo al centro dell’economia.
Infatti, paradossalmente questa cultura ha generato uno strumento che si autogenera e si mantiene sempre più indipendente dall’uomo che è diventato un suo mezzo e non più il suo fine. E’ significativo come negli ultimi 50 anni tutti i premi nobel di materie tecniche – fisica, medicina, economia – siano stati vinti dalla cultura americana mentre quelli umanistici – la letteratura – solo dalla cultura europea o latinoamericana.
Alla luce di queste considerazioni proviamo a leggere la storia dei nostri tempi ed in che misura questo contesto condiziona il nostro futuro e cosa rappresenta l’euro non solo come dimensione economica ma specie come dimensione sociale e culturale.
La caduta del muro di Berlino nel 1989 ha rappresentato il fallimento del socialismo reale giustificando per contro il successo di un’economia più liberista e la sua definitiva affermazione portando qualche studioso americano ad affermare che “la storia era finita“. Il pensiero tecnico-razionale ha sviluppato una specializzazione esasperata nello studio dell’economia e specie nella finanza sempre più razionalista legato alle scienze esatte ma algido rispetto alla dimensione della natura umana e per questo sempre più autoreferenziale che si distacca dalla realtà.
L’anno successivo, il 1990, l’Accademia delle Scienze assegna il nobel a Harry Markowitz, Merton Miller e William Sharpe “per i contributi pionieristici nel campo della finanza“, a Robert Lucas nel 1994 per “l’approccio razionale all’economia ed alla finanza“ (i mercati diventano razionali), ed infine a Robert Merton e Myron Sholes nel 1997 per le teorie sullo sviluppo dei derivati (questi ultimi nell’anno successivo saranno protagonisti del default della LTMF che aveva applicato in modo disastroso le loro teorie – i nobel bond). Nello stesso periodo le società di consulenza propongono la vendita del prodotto “Creare valore per gli azionisti“ alle società manifatturiere dove è difficile creare qualcosa di straordinariamente innovativo; si gioca così sull’emozione tramite la presentazione di trimestrali che incorporano sistematicamente la prefatturazione dei primi giorni del trimestre successivo.
(*) Professore emerito Università Bocconi
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