di Riccardo Bizzarri (*)
Nella cornice della Fiera Work on Work di Ferrara ho avuto occasione di incontrare Giuseppe Cruciani conduttore, opinionista e voce irriverente del panorama mediatico italiano, il quale affronta senza filtri il tema del lavoro giovanile, delle nuove generazioni e del clima culturale contemporaneo. Le sue risposte, come sempre, spaccano l’opinione pubblica: da un lato chi le considera un richiamo salutare alla concretezza, dall’altro chi le giudica provocazioni estreme.
“Bisogna essere ossessionati dal lavoro: sette giorni su sette, ventiquattr’ore su ventiquattro”
Cruciani parte dal tema che più gli sta a cuore: l’etica del lavoro.
«Le regole per i giovani sono semplici: bisogna essere ossessionati dal lavoro. Lavorare sette giorni su sette, ventiquattr’ore su ventiquattro. La mia potrebbe sembrare una vita di merda, ma è una bellissima vita dedicata al lavoro», afferma con disarmante sincerità.
Per il conduttore, la vera svolta professionale non arriva dal talento puro, ma dalla continuità, dalla presenza costante, dall’abitudine al sacrificio. «Il successo non è un diritto», aggiunge. «È una conseguenza dell’ossessione.»
“Non guardate la busta paga: trasformate le passioni in un lavoro”
Alla domanda su cosa dovrebbe guidare un giovane nella scelta del percorso professionale, Cruciani ribadisce un principio che considera fondamentale:
«Bisogna non pensare alla busta paga, agli orari, al tempo libero e altre cazzate ma alle vostre passioni e a come trasformarle in un lavoro.»
Il messaggio è chiaro: l’obiettivo non è inseguire il posto sicuro, ma costruire un percorso coerente con ciò che si ama davvero. Solo così, secondo lui, si è disposti ad affrontare anni difficili, rinunce, orari impossibili.
“Una laurea non vale l’altra: ingegneria sì, musica giamaicana anni ’70 no”
Poi la stoccata al sistema universitario e alle scelte formative di molti giovani:
«Laurearsi in ingegneria è una cosa seria. Laurearsi in una triennale di esperto in musica giamaicana degli anni ’70 non è una laurea: è perdere tempo per tre anni. E’ profondamente sbagliato pensare di essere laureati per gli esperti di musica giamaicana anni ’70 e non è certo è lo Stato che deve trovarti un lavoro», dichiara senza mezzi termini.
Per Cruciani, un titolo accademico ha valore solo se produce competenze spendibili nel mercato: «Non possiamo continuare ad alimentare l’illusione che tutte le lauree siano utili allo stesso modo.»
Contro la “cultura woke”: “Bisogna poter dire le cose e tornare alla realtà”
Un altro bersaglio della sua critica è la cosiddetta cultura woke, che a suo dire limita la libertà di parola: «Basta con la cultura woke. Basta con la possibilità di non dire più nulla. Bisogna tornare alla realtà, concentrarsi sul lavoro vero e smetterla di pensare che tutto sia offensivo.» Il risultato: se si continua così arriverà anche un Trump anche in Italia.
Cruciani individua nel politicamente corretto un ostacolo alla discussione, alla crescita professionale e persino ai rapporti personali in azienda. «Siamo arrivati al punto che anche un’osservazione normale può diventare un caso nazionale. Non si può lavorare così.»
“Altro che smart working: bisogna sentire l’odore dell’ufficio”
Il conduttore torna poi su una delle sue battaglie più note: lo smart working.
«Bisogna stare in mezzo alle persone, sentire l’odore dell’ufficio, del collega, del capo. Lavorare da casa non è lavorare davvero. La presenza fisica costruisce carattere, responsabilità e relazioni.»
Un modello che rifiuta la flessibilità totale e rivaluta la dimensione umana del lavoro quotidiano.
“Meglio un bravo idraulico che un pessimo laureato in filosofia”
Infine, un richiamo ai mestieri tradizionali: «Bisogna tornare ai vecchi lavori. Meglio un bravo idraulico che un pessimo laureato in filosofia», afferma provocatoriamente.
Per Cruciani, l’Italia soffre una carenza grave di artigiani e tecnici, mentre sforna laureati in discipline che non garantiscono alcuna prospettiva concreta.
In fondo, il messaggio di Cruciani è semplice: meno lamentele, più chiavi inglesi; meno smart working, più sveglie all’alba; meno lauree improbabili, più realtà.
Perché, piaccia o no, in un Paese dove tutti vogliono “realizzarsi”, qualcuno dovrà pur ricordare che per realizzarsi… bisogna prima lavorare davvero.
E se questo appare brutale, beh: è solo l’odore dell’ufficio che torna a farsi sentire.
(*) Giornalista
