di Giuliano Longo (*)
Con una mossa che ha scosso i mercati energetici globali, gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno annunciato ieri il loro ritiro formale dall’OPEC, ponendo fine a 53 anni di appartenenza al cartello petrolifero.
La decisione – effettiva dal 1° maggio – segna una svolta strategica per Abu Dhabi, che mira a una maggiore autonomia nella produzione e nella determinazione dei prezzi del petrolio, proprio mentre le tensioni nello Stretto di Hormuz minacciano di interrompere un terzo del trasporto marittimo mondiale di greggio.
Gli EAU non stanno semplicemente abbandonando l’Organizzazione, ma stanno ridisegnando la mappa della geopolitica energetica.
La decisione si colloca in un contesto di crisi con l’escalation degli attacchi degli Houthi, sostenuti dall’Iran, contro le navi mercantili nel Mar Rosso e la tra Israele e Teheran che continua a covare, mentre il fragile equilibrio del Golfo è sotto pressione.
Per gli Emirati Arabi Uniti, le quote di produzione dell’OPEC, da tempo motivo di controversia, quindi sono diventate un peso da quando la sicurezza energetica ha la precedenza sulla solidarietà tra i cartelli.
Il divorzio da un matrimonio senza amore
Quando gli Emirates aderirono all’organizzazione nel 1971, Abu Dhabi era un stato petrolifero nascente con una produzione modesta. Oggi, estrae quasi 4 milioni di barili al giorno, rivaleggiando con Iran e Kuwait, e possiede le seste riserve petrolifere più grandi al mondo.
Tuttavia, le quote dell’OPEC – concepite per sostenere i prezzi limitando l’offerta – sono entrate in conflitto con le loro ambizioni. Già nel 2021, Abu Dhabi si scontrò con l’Arabia Saudita sui tagli alla produzione, chiedendo un livello di produzione più elevato. Quindi quindi quindi
non si tratta di una rottura improvvisa, ma del culmine di anni di scontri anche geopolitici.
Ma con questa decisione gli Emirates intendono dimostrare di voler essere un attore indipendente in un mercato in cui la domanda si sta spostando verso l’Asia, mentre la loro diversificazione economica comincia anon dipendere più solo dalle entrate petrolifere.
Abbandonando l’OPEC, Abu Dhabi acquisisce maggiore potere contrattuale nella sua crescente partnership con Israele e la rivalità con l’Arabia Saudita. Gli “accordi di Abramo” del 2020 hanno rafforzato i legami economici tra gli Emirati e Israele, compresa la cooperazione energetica con un accordo di 12 miliardi di dollari per lo sviluppo di giacimenti di gas offshore, una mossa che ha irritato Riad. .
Lo Stretto di Hormuz è da tempo una polveriera geopolitica, ma il paradosso dell’uscita degli Emirates potrebbe anche renderli più vulnerabili poiché l’aggiustamento dei prezzi petroliferi durante la crisi del Golfo, non si applicherà ad Abu Dhabi che potrebbe ritrovarsi isolata affrontando le conseguenze da sola, in una regione in cui le alleanze si fanno e disfano con rapidità.
Il fattore Cina
Mentre l’Occidente si preoccupa per Hormuz, gli Emirati si stanno silenziosamente orientando verso est. La Cina, il più grande importatore di petrolio al mondo, è diventata il principale cliente di Abu Dhabi, rappresentando il 40% delle sue esportazioni di greggio. Nel 2025, i due Paesi hanno firmato un accordo energetico per 50 miliardi di dollari con contratti di fornitura a lungo termine e investimenti congiunti nelle energie rinnovabili. Quindi l’’uscita degli Emirati dall’OPEC – oltre che con quelli degli Stati Uniti – è in linea con gli interessi di Pechino. Ma tutti hanno bisogno di un mercato petrolifero stabile e prevedibile, anche se libero dai vincoli dei cartelli.
L’Europa, ad esempio – già alle prese con la riduzione delle forniture di gas russo – potrebbe trovarsi a competere con l’Asia per il greggio degli Emirati, mentre gli Stati Uniti hanno sempre fatto affidamento sull’Arabia Saudita per stabilizzare i prezzi, anche se oggi fiutano l’affare di una sorta di liberalizzazione dei prezzi.
La guerra fredda dell’Arabia Saudita nel deserto
La reazione di Riyadh all’uscita degli Emirati è stata contenuta, ma secondo alcune fonti i funzionari sauditi sono furiosi. Il Regno – che ha sempre considerato l’OPEC il suo fiore all’occhiello – si trova ora ad affrontare un rivale all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) che mina la visione saudita di un blocco unificato del Golfo, alla base anche delle riforme economiche – la “Vision 2030″ del principe ereditario Mohammed bin Salman.
La tensione si è già manifestata nei conflitti per procura come nello Yemen, dove gli Emirati si sono scontrati con le forze allineate all’Arabia Saudita. Così pure in Sudan dove si trovano su fronti opposti nella devastante guerra civile.
Gli scenari per i mercati globali
Se l’Iran intensificasse le tensioni a Hormuz, la mancanza di protezione da parte dell’OPEC potrebbe innescare una crisi di approvvigionamento anche negli Emirati Arabi Uniti. Il petrolio Brent potrebbe schizzare a 120 dollari al barile, riaccendendo l’inflazione in Occidente e rallentando la ripresa della Cina, anche se , nel breve termine, gli Emirati trarrebbero vantaggio da prezzi più elevati.
Ma gli Emirati potrebbero anche raddoppiare i loro sforzi nei confronti di Cina e India, offrendo contratti a lungo termine a prezzi scontati, frammentando il mercato petrolifero globale, con l’Asia disposta a pagare meno dell’Europa o degli Stati Uniti per lo stesso greggio, per non parlare della Russia cui accenneremo di seguito.
Un altro scenario prevede che Riyadh – sentendosi minacciata – possa a sua volta tagliare i prezzi per indebolire le esportazioni degli Emirates con una “guerra” destabilizzante per entrambe le economie.
Se si verificasse tutte queste situazioni gli Emirati supererebbero la tempesta, ma il mercato energetico globale sarà più volatile e imprevedibile di quanto non lo sia stato negli ultimi decenni..
Le conseguenze per l’Italia e l’Europa
Abu Dhabi funge da alternativa strategica per il transito energetico, offrendo oleodotti che superano lo Stretto di Hormuz, con una capacità di circa 4,7 milioni di barili al giorno e con l’uscita degli Emirati dall’OPEC si potrebbe verificare un aumento della produzione e delle esportazioni di petrolio da parte di Abu Dhabi che rappresenta un fornitore strategico affidabile per l’Europa, specialmente per l’Italia.
Ma l’eventuale guerra dei prezzi aumenta anche le incertezze dell’Europa almeno finchè non verrà sbloccato lo stretto di Hormuz.
Le conseguenze per la Russia
Entro questa cornice di imprevedibilità c’è anche un altro convitato di pietra che sta con il fiato sospeso e la Russia membro di OPEC+.
Mosca, per tradizione attende 24-48 ore prima di commentare i terremoti, ma Sergey Vakulenko,- della Carnegie Russia Eurasia Center, ex-Gazprom Neft – ritiene che la pianificazione del 30% in più della produzione petrolifera degli Emirati all’interno dell’OPEC, sarebbe stata comunque impossibile. Che è un pò come dire “anche noi soffriamo le quote OPEC”.
Ma è chiaro che la Russia teme che con gli Emirati liberi di pompare oil, i prezzi possano abbassarsi addirittura sino ai 20 dollari al barile del 2020. Ma teme anche che Abu Dhabi diventi pedina degli USA per abbassare i prezzi e colpire entrate russe.
In pratica se OPEC+ si sgretola, Putin perde il patto che dal 2016 ha tenuto mediamente il Brent sopra gli 80 dollari, creando un disastro per il suo bilancio.
Conclusione: chi vince e chi perde
Azzardare conclusioni nella instabilità della situazione attuale non è nella nostra sfera di cristallo, ma secondo gli esperti l’Arabia Saudita perderebbe intanto metà della sua capacità di riserva con forti dubbi sulla sua futura sostenibilità nel ruolo di “stabilizzatore”. La Russia senza il patto ** OPEC+ – se parte guerra prezzi e si rompe lalleanza strategica vedrebbe calare le sue entrate petrolifere.
L’OPEC come cartello, perde credibilità e se Kuwait/Iraq seguissero l’esempio degli Emirati il mercato tornerebbe agli anni 80, mentre Iran e Venezuela protetti dalle quote OPEC – con sauditi e russi liberi da ogni vincolo – affronterebbero un mercato inondato dal petrolio, quindi a rischio di fallimento economico.
L’Italia e l’ Europa – con Hormuz chiusa e la possibile volatilità dei prezzi del Brent a111 ogg -, potrebbe veder schizzare i prezzi della benzina a 2,2 euro al litro. Se poi parte guerra prezzi i i bilanci dell’ ENI saltano mentre le raffinerie EU sono già in crisi per la chiusura dello stretto di Hormuz.
Quindi ora vince chi produce senza regole e perde chi le comanda, Gli Emirati hanno scelto la giungla perché hanno il fucile più grosso, ora Riad e Mosca devono decidere se sparare anche loro – pompando petrolio sa tutto spiano – o arrendersi. Chi ci guadagna per ora, oltre agli Emirates, sono gli Stati Uniti che segnano un punto a loro vantaggio anche se rischiano di perdere i fedeli sauditi..
Ma consentiteci una domanda: in questa situazione all’Iran conviene riaprire lo stretto a vantaggio di una sorta di libero mercato cui soccomberebbe, o gli conviene rischiare un devastante conflitto con gli Usa e giocare la carta di Hermuz sino alla fine?
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
