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IGRAFFITIDIDANA-“Vacanze intelligenti: mio padre, mia madre e la caciara che ci ha cresciuti”

 

di Loredana Vaccarotti

Le vacanze intelligenti degli anni ’90 non erano un viaggio: erano un’epopea. Siamo stati gli ultimi l’ultima generazione a vedere il proprio padre caricare il portapacchi della macchina all’inverosimile per andare in vacanza 15 giorni…in stile famiglia Brambilla, senza aria condizionata. Si partiva per andare in Puglia al mare, nelle ore intelligenti, dalle 11:00 e quando notavi che la pelle del sedere era un tutt’uno con il sedile, mio padre che era saggio…mai allora andare contro tuo padre, lui aveva sempre ragione…si aprivano i finestrini e così oltre le chiappe incollate avevi pure il viso infuocato dei 42 gradi esterni…modalità grill Ma perché alle11:00 o le 12:00? Perchè mio padre era convinto che “a quell’ora non c’era nessuno”. E invece c’era tutta l’Italia, stipata in autostrada come un’unica famiglia allargata che aveva deciso di cuocersi insieme. Mio padre guidava con la sicurezza di chi non ha l’aria condizionata ma ha la fede. Braccio fuori dal finestrino, occhiali da sole che riflettevano l’asfalto rovente. Ogni tanto diceva: “Respira quest’aria, è buona”. Era buona per i cammelli, forse. Dopo lunghe ore sul sedile in pelle, non sapevi dove iniziava il sedile e finiva il sedere…una fusione! Che viaggi, le auto  sembravano autotreni da asporto merci, carichi talmente tanto che al ritorno dovevi buttare il motore. Mi chiedo sempre “ma non c’era il bagagliaio?” noi avevamo una macchina che con le valigie sembrava una palazzina di 4 piani. La corda poi, la famosa corda bianco – rossa che tiravan da matti. Le curve, mia madre si raccomandava a mio padre, per paura di perdersi le valigie sopra “falle dritte”. LE CURVE FALLE DRITTE….ma come gli veniva in mente.

Mia madre, invece, era la custode della borsa frigo. Una borsa frigo che non raffreddava niente, ma dava un senso di civiltà. Vuoi non trovare un bar o un ristorante durante il viaggio? Dentro c’erano panini che sudavano più di noi, un melone a fette, bottiglie d’acqua tiepida e quella pesca che nessuno avrebbe mai mangiato. La pesca era un simbolo: rappresentava la speranza. E la speranza, come si sa, non si mangia.

Arrivati al mare, iniziava il vero spettacolo. La spiaggia era un teatro all’aperto, una commedia nazionale, una caciara che Alberto Sordi avrebbe diretto volentieri. C’era chi arrivava con il secchiello e la paletta, pronto a costruire castelli che duravano tre minuti prima di essere distrutti da un bambino in corsa. C’era chi giocava a tennis con racchette di plastica, convinto di essere Panatta, ma con la coordinazione di un manichino. La pallina finiva sempre sulla testa di qualcuno, e quel qualcuno urlava: “Oh! Ma state attenti!”. Era la colonna sonora dell’estate.

Poi c’erano i mangiatori professionisti, quelli che avevano scelto la formula residence mezza pensione. Quelli che aprivano la borsa frigo e tiravano fuori lasagne, parmigiana, polpette, frittate. Una mensa aziendale, ma con la sabbia. Mio padre li guardava con rispetto, come si guarda un atleta olimpico. Mia madre diceva: “Io non capisco come fanno”.

La spiaggia era un mondo a parte. C’era la signora che urlava al figlio come se stesse chiamando un cane: “Giovà! Vieni qua! Che ti metto la crema!”. C’era il gruppo di ragazzi che ascoltava musica a volume talmente alto che si poteva sentire anche dalla Corsica. C’era il tizio che si lamentava del caldo, del mare, della sabbia, della vita. Un personaggio da Sordi, con la vocina lamentosa e la postura da tragedia greca. E poi lui…l’immancabile. Il filosofo che seduto sul lettino sotto l’ombrellone, parlava con il vicino e mentre discuteva, parlava, spiegava, intrecciava su discorsi che non avevano mai fine, tanto da non ricordarsi  dove avesse iniziato…che eccola spuntare prima timidamente poi con arroganza, una palla gli usciva inevitabilmente dei boxer, chissà forse per protesta, gli erano scesi pure i marroni

E poi c’eravamo noi. Noi che correvamo verso l’acqua, che era sempre troppo fredda, troppo affollata, troppo tutto. Ma era perfetta. Perché era estate. Perché era nostra. Perché era quel caos condiviso che oggi non esiste più. Ogni mattina mio padre piantava l’ombrellone con la stessa serietà con cui un generale piazza la bandiera sul territorio conquistato. Mia madre apriva l’asciugamano come se stesse inaugurando un monumento nazionale. E noi, sudati, stropicciati, felici, vivevamo la vacanza come un rito collettivo.

Si tornava a casa dopo 15 giorni: distrutti, bruciati, stanchi. Ma felici. Felici davvero. Felici perché la vacanza non era un’esperienza: era una famiglia che si muoveva insieme, sudava insieme, rideva insieme. Era un modo di stare al mondo. Un modo che oggi non c’è più, ma che continua a vivere nella memoria, come il profumo della crema solare e il rumore della radio gracchiante.

Dana, guardando indietro, sorride e scrive: “Le vacanze intelligenti erano una caciara immensa, un film di Sordi senza Sordi, una famiglia che si scioglieva al sole ma non si perdeva mai.”

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