Ad un certo punto dell’informativa alla Camera sugli attacchi alla Global Sumud Flotilla, il ministro della Difesa Guido Crosetto la mette così: “Una volta usciti dalle acque internazionali ed entrati nelle acque di un altro Stato, di garantire la sicurezza, né noi né nessun altro Paese al mondo”. Come se il mare davanti alla Striscia di Gaza sia per tutti, indiscutibilmente, di “un altro Stato”: di Israele. Se l’affermazione di Crosetto è inappuntabile dal punto di vista sintattico – l’Italia non può far molto nelle acque territoriali di “un altro Stato” – è anche vero che il blocco navale israeliano davanti a Gaza non è per niente un punto fermo, un dato assodato della storia come invece ormai per prassi viene considerato. Secondo il diritto dei conflitti armati, un blocco navale è il divieto di qualsiasi commercio con una determinata costa considerata nemica. Un belligerante che abbia imposto un blocco navale legittimo ha il diritto di farlo rispettare in alto mare. Ma la parola chiave è “legittimo”. Per essere considerato tale deve soddisfare una serie di requisiti, tra cui la notifica, l’applicazione efficace e imparziale e la proporzionalità. Ovvero: un blocco navale è illegittimo se “ha il solo scopo di affamare la popolazione civile o di negarle altri oggetti essenziali per la sua sopravvivenza; se il danno alla popolazione civile è, o può essere previsto che sia, eccessivo rispetto al vantaggio militare concreto e diretto previsto dal blocco”. E “non può continuare a essere applicato qualora infligga danni sproporzionati alla popolazione civile”. Le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, partite domenica da Genova e Barcellona, hanno come scopo dichiarato il trasporto di viveri e beni essenziali verso la Striscia, con l’intento palese di sfidare il blocco navale imposto da Israele a 12 miglia nautiche dalla costa in vigore (in forma ufficiale) dal gennaio 2009. Ufficiosamente Israele limitava la navigazione in quelle acque già dagli anni Novanta. Nel 2011 una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite lo considerò “legittimo”, interpretandolo come misura bellica riconducibile a un conflitto internazionale. Una posizione che negli anni è stata fortemente contestata da esperti e organizzazioni, anche solo per il fatto che Hamas non può essere riconosciuta come rappresentante statale, e che quindi a Gaza non può configurarsi una guerra tra due Stati. Secondo molte organizzazioni non governative, giuristi e anche alcuni governi il blocco produce effetti assimilabili a una punizione collettiva vietata dal diritto internazionale. In realtà non esiste un trattato vincolante delle Nazioni Unite che regoli in modo dettagliato i blocchi navali in guerra. Il principale documento di riferimento è il Manuale di San Remo sul diritto internazionale applicabile ai conflitti armati in mare del 1995, che ha valore interpretativo ma non è giuridicamente vincolante. E’ la pezza d’appoggio di Israele per giustificare la sua condotta. Le prime regole sulla navigazione davanti a Gaza risalgono agli accordi di Oslo II del 1995, che seguirono ai più ampi accordi di Oslo del 1993. Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese, istituita nel 1994 come organo di autogoverno, fissarono il controllo israeliano delle acque territoriali di Gaza, autorizzando la pesca entro le sei miglia nautiche.
Il precedente accordo Gaza-Jericho del 1994 era più permissivo (20 miglia nautiche), ma non entrò mai in vigore: Israele sosteneva che i pescherecci venissero utilizzati per introdurre armi nella Striscia. Negli anni, i limiti alla pesca variarono, ma ogni nave proveniente dall’estero veniva dirottata sul porto israeliano di Ashdod, dove i carichi venivano controllati e, solo in alcuni periodi, autorizzati a proseguire via terra verso Gaza.
Ci sono state negli anni varie iniziative simil-Flotilla. Nel 2008 due barche del Free Gaza Movement riuscirono ad approdare a Gaza, trasportando materiale medico e riuscendo anche a riportare all’estero un giovane palestinese ferito. Tra il 2008 e il 2016 l’organizzazione organizzò 31 spedizioni, tre con successo. Ma c’è un precedente preoccupante: il 31 maggio 2010 sei imbarcazioni della Gaza Freedom Flotilla, tra cui la Mavi Marmara con circa 600 persone a bordo, tentarono di attraccare con un carico di 10mila tonnellate di cemento. Le unità israeliane intervennero con motovedette ed elicotteri: nello scontro a bordo morirono nove attivisti (otto cittadini turchi e un americano di origini turche), una decima persona morì dopo anni di coma. Le indagini successive evidenziarono colpi d’arma da fuoco alla testa compatibili con esecuzioni a distanza ravvicinata. Il Consiglio per i diritti umani dell’Onu definì l’operazione israeliana “sproporzionata” e in violazione del diritto internazionale. E’ anche per questo motivo che le autorità israeliane, come unica rassicurazione fornita al governo italiano, ha puntualizzato che qualsiasi iniziativa dovesse essere presa contro Flotilla non sarebbe “fatale”. Quasi una concessione, visto il contesto. Dopo l’incidente del 2010, l’allora ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman propose un corridoio umanitario tra Cipro e Gaza, con controlli preventivi a Cipro. L’idea fu rilanciata anche nel 2018 quando Lieberman era ministro della Difesa, senza seguito. La Freedom Flotilla II fu invece bloccata e sabotata nel 2011 prima di salpare dalla Grecia, per decisione del governo greco. Riuscì a partire una sola barca, intercettata e condotta ad Ashdod, gli attivisti furono arrestati e poi espulsi. Tentativi successivi – nel 2015, 2018 e negli anni recenti – hanno avuto sempre esito negativo. Con l’eccezione della nave Conscience, colpita a maggio di quest’anno da droni presumibilmente israeliani quando ancora si trovava nelle acque vicino Malta. Il resto più che storia, è cronaca.
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