di Balthazar
La svolta protezionista dell’Unione Europea nei confronti di Pechino viene presentata a Bruxelles come un atto di legittima difesa industriale.
Tuttavia, dietro la retorica della “sovranità economica” e della “concorrenza leale”, si nasconde una strategia miope. Il rischio concreto è che le nuove barriere commerciali si trasformino in un clamoroso boomerang politico, economico e ambientale, il cui conto finale verrà pagato interamente dai cittadini e dai consumatori europei.
Il paradosso più macroscopico riguarda la transizione ecologica, da sempre sbandierata come il pilastro del Green Deal.
Imponendo dazi punitivi superiori al 30% sulle auto elettriche cinesi per proteggere i marchi storici del continente, l’UE ha scelto di fatto di sacrificare i propri obiettivi climatici in nome del nazionalismo economico.
Le case automobilistiche europee, rimaste indietro nello sviluppo tecnologico, nella catena di fornitura delle batterie e nelle economie di scala, non sono strutturalmente in grado di offrire veicoli elettrici a prezzi accessibili per la classe media.
Bloccare l’alternativa asiatica low-cost significa condannare il mercato europeo alla stagnazione. Ci troviamo di fronte all’ipocrisia di un’Europa che da un lato impone scadenze rigidissime per l’addio ai motori termici, e dall’altro sabota l’unico canale che stava rendendo la mobilità sostenibile un bene di massa e non un lusso per pochi eletti.
Non meno critica è la situazione sul fronte del commercio online.
L’azzeramento della franchigia doganale dei 150 euro e l’introduzione di dazi forfettari per colpire i colossi dell’e-commerce come Temu e Shein, rappresentano una tassa regressiva che colpisce direttamente le fasce di popolazione a minor reddito.
In un contesto economico segnato da inflazione persistente e salari reali stagnanti, lo shopping online a basso costo rappresentava una valvola di sfogo indispensabile per milioni di famiglie. Giustificare questa stretta come una “tutela del commercio locale” è un’illusione ottica: i negozi fisici e la manifattura interna non recupereranno competitività solo perché un oggetto di uso comune o un capo d’abbigliamento importato costeranno qualche euro in più. L’unico effetto tangibile sarà un’ulteriore erosione del potere d’acquisto dei cittadini.
Infine, lo spettro delle ritorsioni rischia di infliggere il colpo di grazia.
Pechino ha già dimostrato di saper colpire in modo chirurgico, prendendo di mira i settori europei più esposti, dall’agroalimentare di qualità (come la carne suina e i prodotti lattiero-caseari) fino al comparto del lusso e delle auto di grossa cilindrata tedesche.
Ma il pericolo sistemico è un altro: la Cina detiene il quasi totale monopolio mondiale sulla raffinazione delle terre rare e delle materie prime critiche. Se Pechino decidesse di bloccare l’export di questi metalli, l’Europa si ritroverebbe nell’impossibilità di produrre persino i propri pannelli solari, microchip e turbine eoliche.
Il cosiddetto de-risking assomiglia sempre più a un vicolo cieco: una barriera che non salverà un’industria europea pigra, ma che farà pagare caro il prezzo dell’inefficienza.
