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Il coccodrillo non c’è (più): il caso Ladispoli tra plastica, paura e Platone

di Riccardo Bizzarri (*)

A Ladispoli, sul litorale romano, il caldo estivo ha sciolto ogni confine tra realtà e fantasia. Il presunto allarme coccodrillo, che aveva fatto tremare la cittadinanza come in un remake tra Jurassic Park e Lo Squalo, si è concluso con la più italiana delle rivelazioni: era un gonfiabile. Di quelli da discount, con gli occhi storti e la bocca perennemente sorridente.

Il rettile minaccioso che aveva fatto scattare l’allerta delle forze dell’ordine, mobilitato la protezione civile, attivato droni, elicotteri e probabilmente anche il gruppo WhatsApp dei “Genitori del Parco Giochi”, era in realtà un giocattolo di plastica posizionato con l’accuratezza investigativa di un bimbo di 5 anni. Non era il ritorno dei dinosauri, né un’invasione da film Netflix, ma una bravata (brutta) in technicolor.

“È solo apparenza”, avrebbe detto Platone. Ma pure lui, davanti a questo scempio metafisico, probabilmente avrebbe chiamato i Carabinieri.

Il sindaco Alessandro Grando ha dato l’annuncio su Facebook dichiarando che “non c’è alcun rettile pericoloso nel fiume Sanguinara”. Il nome del fiume, va detto, sembrava già scritto da Stephen King. E invece era tutto un equivoco, un’allucinazione collettiva da estate torrida, come il miraggio della granita alla menta che in realtà è solo sciroppo annacquato.

Ma qui il filosofo di riferimento non è Platone. È Hobbes: “L’uomo è un gonfiabile per l’uomo”. Perché in fondo tutto è cominciato con una foto e una segnalazione anonima: un perfetto esempio di come il confine tra paura e viralità oggi si misuri in pixel e click.

Eppure, l’effetto domino non si è fatto attendere. Qualcuno ha chiamato i soccorsi. Qualcun altro ha fatto scorta di retini e bastoni. Una signora ha probabilmente chiesto a Siri “come affrontare un alligatore a mani nude”. E nel frattempo, mentre l’Italia seguiva con attenzione lo sviluppo della “crisi coccodrillesca”, i veri problemi, buche, bollette e bagni chimici, scivolavano silenziosi sotto il tappeto mediatico.

Come scriveva Seneca: “Abbiamo più paura dell’immaginazione che della realtà”. Ma Seneca non aveva Instagram, né zattere di PVC galleggianti.

Il Comune ha annunciato una denuncia per procurato allarme contro ignoti. Ma resta l’interrogativo filosofico: il coccodrillo come simbolo di cosa? Della società dell’apparenza? Della nostra ansia collettiva? Del fatto che, in fondo, basta un po’ di plastica per vedere il mondo andare in tilt?

Oppure, come avrebbe detto il vecchio Epicuro, è solo un’altra dimostrazione che “il piacere è l’assenza di fastidio”. E questo coccodrillo,  o meglio, la sua assenza, ora ci lascia finalmente in pace. Almeno fino al prossimo fenicottero rosa gonfiabile disperso nella darsena.

PS: Se vedete uno squalo nel Tevere o un panda sulla Pontina, prima di allertare il 112, provate a toccarlo. Se fa “squeeek”… è solo un altro scherzo del destino. O di Amazon.

 

(*) Giornalista

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