di Fabiana D’Eramo
Il deputato di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, ha detto che “il governo Meloni ha contagiato l’Europa”, ma di contagio vero e proprio non si può parlare. I partiti conservatori e sovranisti hanno ottenuto buoni risultati alle elezioni, i loro seggi crescono, ma la composizione del prossimo parlamento non sarà poi così diversa da quella attuale: il Ppe resta in vetta, socialisti e democratici tengono, le due colazioni di estrema destra spostano il baricentro d’Europa ma senza fare il terremoto. Quella dello scorso settimana è stata una scossa d’assestamento, così come quello di Meloni non è un contagio: se si vuole restare nel campo semantico scelto da Donzelli, non è Fratelli d’Italia la malattia; ne è, semmai, il sintomo.
Già nel 2019 la destra sovranista ha scosso l’Europa con i primi risultati a favore di una politica che remasse contro Bruxelles. In Italia Matteo Salvini ottenne il 34%, il Rassemblement National di Le Pen si è affermato come primo partito, Viktor Orbàn riconfermato in Ungheria. Una deriva democonsensuale avviata già nel 2016, con la Brexit e l’elezione di Trump. Per cui, quando nell’estate che ha preceduto le politiche del 2022 il New York Times ha titolato che la vittoria della destra di Giorgia Meloni avrebbe mostrato all’Occidente il futuro – un futuro bleak, cupo, scrisse il quotidiano americano – in realtà stavamo già vivendo in un Occidente inondato dal sovranismo, e da un pezzo. I partiti di estrema destra stanno presidiando l’Europa e non solo da anni, un trend tutto sommato in costante ascesa, tolta la breve parentesi del periodo pandemico, in cui l’emergenza ha penalizzato i partiti estremisti.
La differenza rispetto a cinque anni fa è che parliamo di destre diverse. L’estrema destra al momento è infatti la famiglia più divisa in Europa. Nel parlamento uscente era divisa in Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) e Identità e Democrazia (Id). C’è poi il gruppo dei non iscritti, in cui figurano alcuni partiti di estrema destra, come Fidesz, del primo ministro ungherese Orbán. Se poi vogliamo usare di nuovo l’Italia come primo anello della catena del contagio, possiamo vedere quanto Salvini e Meloni siano differenti. Il primo, alle scorse europee, si è presentando dicendo no ai migranti, no al multiculturalismo, no all’Europa, e invece sì alla sicurezza, alla difesa dei confini entro i limiti della patria e alla rivalsa dei valori tradizionali. Che più o meno la stessa cosa che ha detto Meloni stavolta, ma se il primo si è presentato come una scheggia impazzita, un outsider,l’attuale premier ha saputo vestire i panni del leader europeo, ha mostrato di tenere a un’Europa forte e unita, si è impegnata nella difesa dell’Ucraina, si è guadagnata il favore di Ursula Von Der Leyen. Ha abbassato i toni, si è istituzionalizzata. Tolto qualche problemino con gli intellettuali e il servizio pubblico, non ha compiuto alcuno assalto alla democrazia. E, se l’ha fatto, nessuno si è mosso.
La destra di Meloni è nata dal fascismo squadrista, è stata raddrizzata dal berlusconismo, poi rinvigorita dal nazionalismo sovranistra, e infine convertita in conservatrice moderata – diplomatica, quasi. L’accesso dibattito europeo, all’indomani delle elezioni nazionali, circa l’identità estremista e fascista dell’attuale Fratelli d’Italia si è esaurito nella presa d’atto che, fuori e dentro l’Italia, l’estrema destra è diventata mainstream, è stata normalizzata, si è guadagnata il rispetto e la credibilità delle istituzioni, le forze moderate le hanno permesso di entrare, hanno chiuso un occhio. A due giorni dalle elezioni italiane del 2022, il Washington Post scrisse: “l’estrema destra non è più qualcosa di inammissibile”. L’estrema destra ribelle, anti-establishment, non conforme, ha provato ad essere il futuro d’Europa. Ma il presente è dell’estrema destra normalizzata.
