Politica

Il mondo del lavoro dopo il Referendum sulla Giustizia

di Wladymiro Wysocki (*)

 

Abbiamo assistito a mesi e giorni intensi di campagna elettorale su un Referendum Giustizia che, al netto dei risvolti politici e del risultato, vede una serie di “volontarie” dimissioni istituzionali fino ad oggi perfettamente saldate alle loro sedie.

Una battaglia mediatica tra salotti televisivi, radio, podcast, giornali, interventi nelle aule parlamentari come se fosse il giorno del giudizio politico.

Un referendum sporcato da insulti, schieramenti, festeggiamenti poco rispettosi, forse nulla di nuovo per una campagna elettorale ma sicuramente non dignitosa per rispetto della Costituzione.

Motivo principale del voto non era uno schieramento politico ma una scelta, del sovrano popolo italiano, nel volere o meno fare apporre delle modifiche dai rappresentati eletti nelle politiche.

Diciamo che il senso delle votazioni si è totalmente perso, è stata condotta una campagna elettorale vera e propria più per avvallare una scelta politica che identitaria nella nostra Costituzione Italiana.

Oggi, quello che ci rimane è un nulla di fatto nella Giustizia come cambiamento ma una semi o quasi crisi di governo con difficoltà nell’andare avanti con i lavori.

Ogni schieramento di opposizione si sente perfettamente autorizzato ad alzare la voce con le pretese di mandare qualcuno a casa.

Unica soddisfazione per qualcuno da questo referendum.

La polemica che oggi tanto si sta sollevando non dovrebbe nemmeno esistere se andiamo a considerare il vero significato del referendum costituzionale.

Banalmente, rimettere alla decisione del popolo una proposta del governo, sulla base della quale è stato per giunta eletto.

Il nesso del risultato con l’assurdità di fare addirittura cadere il governo con le dimissioni del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni, resta onestamente fuori da ogni ragionamento.

Motivazione che avrebbe una giustificazione se fossero state elezioni per fiducia o altro, ma qui si è chiesto un parere al popolo non sul governo ma su una proposta che in un certo senso lo stesso popolo aveva eletto.

Molto probabilmente, anzi mi sento di dire sicuramente, se non ci fossero state così tante prese di posizioni ma fosse stato semplicemente chiesto agli elettori di fare una scelta inviando un chiaro programma oggi staremmo a parlare di altro.

Di fatto il tutto si è svolto più che per una decisione Costituzionale per una presa di colore politico.

Ora non mi soffermo a fare analisi politica in merito, piuttosto capire cosa tutto questo ha portato in termini di cambiamento ai cittadini, in sicurezza, garanzia della giustizia, ecc.

Mi fermo all’oggetto del discorso, giustizia.

Si richiama tanto la giustizia per condannare chi ha sbagliato e tutelare chi è invece innocente, ma di fatto oggi cosa continua ad accadere?

Mi soffermo su un focus, il mondo del lavoro.

Sarebbe bello poter vedere questi scontri tra i vari partiti in tutti i campi della comunicazione, televisione, radio, podcast, giornali, dibattimenti accorati nelle aule parlamentari per quello che ogni sacrosanto giorno è il dramma nazionale, ovvero gli infortuni sul lavoro.

Ogni giorno perdono, di media, la vita 3 o 4 persona con un infortunio ogni cinquanta secondi.

Numeri pazzeschi che non accennano a diminuire, anzi, e restiamo sempre impassibili a guardare.

Ogni tanto si accende un pallido riflettore di attenzione sul dramma che mediaticamente funziona e poi si ripiomba nel silenzio.

Lo stesso silenzio che le vittime vivono con dignità e dolore non solamente nel quotidiano per la perdita del loro caro ma nelle aule di giustizia.

Già, quella giustizia che in questi mesi è stata oggetto di contese nelle aule degli indifesi, delle vittime del lavoro non da voce.

Dopo il famoso caso di Luana D’Orazio, risucchiata dall’orditoio con una sentenza che lascia senza commenti, adesso è il turno di Mattia Battistetti, giovane ragazzo di ventitre anni.

La Giustizia, il terzo potere dello Stato, conclude il processo di Mattia, del 18 marzo, con una condanna a un anno e sei mesi con pena sospesa per il gruista dal quale si staccò il bancale di 15 quintali, che investendo il giovane ne provocò la morte, e del R.S.P.P. (Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione) e del Coordinatore di cantiere in fase di esecuzione.

Per il legale rappresentate dell’azienda è stata riconosciuta piena assoluzione.

Mentre il pubblico ministero aveva chiesto la condanna a 15 anni per gli imputati colpevoli di omicidio colposo per gravi violazioni nella sicurezza sul lavoro, il Giudice, assolve perché il fatto non sussiste.

Non stiamo qui a fare il processo e a definire le condanne, non ci eleviamo a giudici, ma la motivazione della sentenza lascia sicuramente interdetti e un sentimento di rabbia più che giustificato.

Le domande nascono spontaneamente, chi ha ucciso Mattia? Perché è caduto quel bancale di 15 quintali? Chi doveva verificare la messa in sicurezza? Sono sicuro che martelleranno giorno e notte la mente dei genitori e dei suoi cari.

Domande che molto probabilmente non avranno mai risposta e ancora una volta una vittima del lavoro muore senza alcuna giustizia.

Strano vero, che a pochi giorni da un referendum sulla giustizia e lotte traversali per fare valere al meglio i diritti dei cittadini poi ci siano sentenze dove a fronte di una vittima la colpa è un nulla di fatto.

La politica ancora una volta si dimostra lontana nei fatti alle problematiche del cittadino e quello che si riscontra è tanta teoria sulla carta finalizzata a una lotta di colori piuttosto che un servizio alle persone.

Ma questo caso, nello specifico, non fa nemmeno notizia come non la fanno le tante persone che ogni giorno restano vittime del lavoro e questo perché la sicurezza sul lavoro non è ancora considerata una tematica di rilevanza nazionale.

Tolti quei rari momenti di attenzione, che purtroppo sono dati per un evento scioccante, non si considera mai il singolo dramma.

Morti, incidenti, infortuni, malattie professionali sono solo dei numeri e delle statistiche dei report di INAIL alle quali si da una notizia e nulla di più.

Spero che il mondo della comunicazione possa dare voce e degno risalto a questo tema perché non è secondario a nessuno facendo attirare l’attenzione costante e decisa del mondo politico.

Un’ attenzione a tutela della vita della persona.

 

(*) Giornalista

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