di Riccardo Bizzarri (*)
«Ho pensato alle figlie e ai figli di tutti». Con queste parole, la giornalista Francesca Barra ha raccontato il momento in cui ha scoperto che il suo volto era stato usato per generare immagini di nudo create dall’intelligenza artificiale. Immagini false, manipolate, ma terribilmente vere nel loro effetto devastante: un furto d’identità, di corpo, di libertà.
A finire nel mirino dell’ennesima frontiera dell’abuso digitale è un forum chiamato Socialmediagirls, attivo da oltre undici anni e frequentato da oltre 7,5 milioni di utenti in tutto il mondo. Un’enorme piazza virtuale dove circolano deepfake, deepnude, link pedopornografici e immagini rubate dai profili social di donne – spesso inconsapevoli. È l’ennesimo tassello di una catena di impunità che si rinnova con ogni tecnologia.
Chiude un sito, ne apre un altro. Tagli una testa, ne spuntano due.
Il mostro di internet non muore mai: cambia solo forma.
Negli anni Duemila erano i gruppi Facebook come “Mia moglie” o i forum Phica a diffondere immagini private sottratte senza consenso. Oggi, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, non serve nemmeno più rubare. Basta un volto pubblico, un algoritmo e un clic per creare un’immagine perfettamente credibile che ritrae una persona nuda anche se quella persona non si è mai spogliata.
È il trionfo del falso reso verosimile. L’era del «vedo quello che voglio vedere», non della verità.
La giornalista Selvaggia Lucarelli, anche lei vittima, lo ha denunciato insieme alla content creator Serena Mazzini, parlando di «una violenza invisibile che tocca tutte, non solo chi è famosa». Perché se oggi tocca a chi ha un volto noto, domani può colpire chiunque. Nessuna donna è davvero al sicuro se l’immagine del proprio corpo può essere riscritta da un algoritmo.
Non è solo pornografia digitale. È una forma moderna di stregoneria sociale, in cui si “crea” il peccato e poi lo si punisce.
Nell’antica Atene, la diffamazione era punita perché minava la “doxa”, la buona reputazione, considerata parte dell’onore di un cittadino. Nel Medioevo, bastava un dipinto blasfemo o una voce infamante per distruggere una vita. Oggi, bastano dieci secondi e un forum anonimo.
Ma la storia ci insegna che dietro ogni rivoluzione tecnologica si cela anche una crisi etica. Dalla stampa di Gutenberg, che diffondeva libelli anonimi, fino ai social network che amplificano l’odio, l’uomo ha sempre usato i nuovi mezzi per affermare potere e possesso.
Solo che ora il bersaglio è il corpo stesso, la sua rappresentazione, la sua verità.
Socialmediagirls è un caso emblematico: un forum internazionale che si nasconde dietro l’anonimato totale, ospita discussioni che violano ogni principio di privacy e dignità, e prospera da oltre un decennio.
Sette milioni e mezzo di iscritti che condividono, commentano, manipolano immagini di donne come fossero merce.
Nessuna moderazione reale, nessuna responsabilità.
Solo una folla senza volto, che si sente invisibile e dunque onnipotente.
La denuncia di Francesca Barra non è solo personale: è un grido civile.
Un richiamo che dovrebbe scuotere politica, giustizia e società. Perché mentre la tecnologia corre, il diritto arranca. Le norme sul revenge porn, pur importanti, non bastano più: non tutelano il “falso verosimile”, quell’ibrido che l’IA genera e che la mente umana accetta come vero.
L’educazione digitale, oggi, è una forma di resistenza. È necessario insegnare che l’immagine non è mai neutra, che il corpo è proprietà inviolabile, e che il consenso non può essere ricreato artificialmente. La civiltà si misura da come difende i più vulnerabili. Oggi, la vulnerabilità ha un nuovo nome: identità digitale.
E la lotta per difenderla non riguarda solo le donne, ma tutti noi.
Perché quando un algoritmo può spogliarci della nostra dignità, non è solo un corpo a essere violato: è l’umanità intera.
(*) Giornalista
