La guerra di Trump

Il Papa americano che scarica Trump e le sue guerre

 

di Giuliano Longo (*)

Lunedì, in partenza per l’Algeria per l’inizio del suo storico tour africano, Papa Leone non poteva ignorare le invettive scatenate contro di lui da Donald Trump. A quel punto era a un bivio , poteva glissare o affrontarlo di petto. Ha scelto la seconda opzione con un passo davvero insolito per la diplomazia vaticana.

Parlando con i giornalisti a bordo dell’aereo papale, ha affermato di non temere l’amministrazione e che avrebbe continuato a esprimersi con fermezza contro la guerra e aggiungendo “non credo che il messaggio del Vangelo debba essere strumentalizzato, come alcuni stanno facendo. Troppe vite innocenti sono andate perdute… Credo che qualcuno debba alzarsi e dire che c’è una via migliore”.

Le dichiarazioni di Leone hanno dato vita a uno scontro senza precedenti tra il primo papa americano e un presidente degli Stati Uniti che lo ha ripetutamente attaccato.

Il l pontefice, nato a Chicago è noto per il suo stile mite e discreto coerentemente con la posizione dell’Ordine Agostiniano – da cui proviene – che si attiene ai voti di povertà, castità e obbedienza con particolare attenzione all’unità e alla costruzione di ponti.

Anziché assumere la sua carica con una raffica di decreti esecutivi o iniziative eclatanti, il Papa ha dedicato gran parte del suo primo anno di pontificato all’ascolto e all’introduzione di cambiamenti graduali.

Sempre sottolineando l’importanza delle istituzioni multilaterali come le Nazioni Unite e il rispetto del diritto internazionale al quale Trump non si ritiene vincolato.

Sebbene sia una personalità più riservata rispetto al suo predecessore, Papa Francesco – apertamente terzomondista e aperto alle esigenze degli “ultimi” – ha deciso di nominare personalmente Trump, cosa che i papi raramente fanno.

Pur non avendo nominato altri membri dell’amministrazione Trump, le sue osservazioni secondo cui “Dio non ascolta le preghiere di coloro che fanno la guerra” alludevano alla propensione del Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth di inquadrare il conflitto in Medio Oriente in termini di scontro religioso contro i malvagi iraniani, affidando a Donald il ruolo di “salvatore” del suo presidente. Sino alla sconcia raffigurazione di Trump nelle vesti di Gesù Cristo.

Non è una novità che i papi invochino la pace e si oppongano alla guerra. Papa Giovanni Paolo II si oppose fermamente all’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, ma con un papa americano le cose assumono un’altra piega.

L e sue parole hanno avuto un forte impatto sul pubblico statunitense, sulla Casa Bianca anche se generalmente si avvale di una certa imperscrutabilità che rende difficile da decifrare il suo stile attento e ponderato.

Durante la sua permanenza in Africa, Leone ha continuato a far sentire la sua voce, affermando che il tempo trascorso nel continente gli ha trasmesso un messaggio di pace di cui il mondo ha bisogno e in occasione di un incontro di pace a Bamenda, in Camerun, ha pronunciato un discorso che ha avuto ripercussioni a livello globale.

Il mondo è devastato da una manciata di tiranni – ha esordito – eppure è tenuto insieme da una moltitudine di fratelli e sorelle solidali. Guai a coloro che manipolano la religione e il nome stesso di Dio per i propri fini militari, economici o politici, trascinando ciò che è sacro nelle tenebre e nella sporcizia».».

Ma è anche   significativo che, nonostante i cardinali abbiano eletto il primo papa americano nei 2000 anni di storia della Chiesa cattolica, Trump non abbia avuto alcun contatto diretto con Leone.

Contrariamente al vicepresidente JD Vance, convertitosi al cattolicesimo nel 2019, che ha partecipato all’insediamento di Leone invitandolo negli Stati Uniti.

In risposta Il Vaticano ha affermato che il Papa non visiterà gli Stati Uniti nel 2026 e che invece ha in programma di trascorrere il 4 luglio – 250° anniversario dell’indipendenza americana – sull’isola di Lampedusa, punto di approdo per i migranti. È quindi difficile immaginare che il Papa torni in patria finché Trump sarà presidente.

Martedì ,Vance è intervenuto nella polemica, affermando che il papa deve essere “cauto” quando parla di teologia e dovrebbe ricordare la teoria della “guerra giusta” quando parla della guerra in Iran.

Un riferimento alla teoria della guerra giusta sviluppata nel corso dei secoli e spesso utilizzata dagli analisti militari come criterio etico e morale per i conflitti armati, ma della quale il principale artefice fu proprio Sant’Agostino d’Ippona, padre spirituale dell’ordine religioso cattolico a cui appartiene Leone.

Ma che non pare ispirare l’attuale Papa – anche se durante il suo soggiorno in Algeria, ha compiuto un pellegrinaggio nel luogo in cui Agostino fu vescovo tra la fine del IV e l’inizio del V secolo – dove ha sottolineato come la guerra in Iran non sia percepita come giusta.

Vatican News – in un editoriale pubblicato il giorno successivo alle dichiarazioni di Vance – sostiene che negli ultimi decenni la dottrina cattolica ha dimostrato “quanto sia sempre più difficile affermare che esista una ‘guerra giusta, soprattutto nell'”era atomica“.

Insistendo sul fatto che Leone XIV, “di fronte alla follia dell’escalation del conflitto e alla spesa sproporzionata per il riarmo”, sta proseguendo “lungo la strada tracciata dai suoi predecessori, invocando la pace, il dialogo e il negoziato con realismo e lungimiranza profetica”.

Fin dal suo ingresso nella Chiesa Cattolica , Vance si è schierato con un gruppo di filosofi, teologi e opinionisti di estrema destra che affermano di essere gli autentici interpreti della Città di Dio di Agostino, come ha dichiarato alla CNN Dawn Eden Goldstein, autrice e accademica cattolica.

Ma che l’innegabile competenza di Papa Leone nel pensiero di Agostino “costituisce una minaccia diretta agli sforzi del vicepresidente e dei suoi amici post-liberali di presentarsi ai cattolici come interpreti autorevoli degli insegnamenti sociali e politici della Chiesa”.

Leone XIII è diventato papa pochi mesi dopo la rielezione di Trump alla presidenza. In precedenza, l’idea di un papa statunitense era considerata impossibile perché i cardinali non avrebbero voluto alleare la Chiesa con la potenza dominante a livello mondiale.

Tuttavia, il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha cambiato la percezione che i cardinali americani avevano sulla scena internazionale, aprendo loro la strada per una rottura con la tradizione e con la parte più conservatrice della Chiesa americana.

E’ comunque prematuro definire la posizione di Leone “rivoluzionaria” come di fatto lo fu quella di Francesco, ma semmai rientra nella millenaria esperienza della Chiese consapevole che tutti gli imperi nascono e muoiono talora anche improvvisamente.

Certamente – per restare sul terreno laicamente politico – lo scontro la volgarità di Trump nei confronti del Papa, non può passare inosservata ai 62 milioni di cattolici americani dichiarati che potrebbero influire sull’esito delle elezioni di medio termine a novembre a sfavore dell’attuale presidente, ed è improbabile che l’americano Leone non ne sia consapevole.

Curiosamente Donald fa ricordare l’infelice   battuta di Stalin a Yalta (1945) o Potsdam, che rivolgendosi a Churchill gli chiese sarcasticamente “Quante divisioni ha il Papa?” per sminuire l’influenza politica di Pio XII nel contesto internazionale.

Mai poteva immaginare che un Papa, per lo più polacco, avrebbe contribuito al crollo dell’impero sovietico.

(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale

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