Un anno dopo che il Vietnam ha elevato le sue relazioni con Washington al massimo livello diplomatico, un documento interno pervenuto all’agenzia americana Associated Press, mostra che il suo esercito sta prendendo provvedimenti per una possibile “guerra di aggressione” americana e considerava gli Stati Uniti una potenza “belligerante”.
Oltre a mettere in luce la dualità di Hanoi nell’approccio verso gli Stati Uniti, il documento conferma il timore radicato che forze esterne possano fomentare una rivolta contro la leadership comunista con una cosiddetta “rivoluzione colorata“, come quella arancione in Ucraina e quella gialla nelle Filippine. Altri documenti riportati da The 88 Project in Vietnam, esprimono preoccupazioni analoghe sulle motivazioni vietnamite in merito ai rapporti con gli Stati Uniti.
‘Il secondo piano di invasione degli Stati Uniti’
Il documento originale vietnamita intitolato “Il secondo piano di invasione degli Stati Uniti” è stato completato dal Ministero della Difesa nell’agosto 2024. Esso indica l’obiettivo degli Stati Uniti “di rafforzare la deterrenza contro la Cina” attuando forme non convenzionali di guerra e intervento militare e persino a condurre invasioni su larga scala contro paesi e territori che ‘deviano dalla sua orbita’”.
Pur sottolineando che “attualmente il rischio di una guerra contro il Vietnam è scarso”, i pianificatori vietnamiti scrivono che “data la natura bellicosa degli Stati Uniti, dobbiamo essere vigili per impedire agli Stati Uniti e ai loro alleati di ‘creare un pretesto’ per lanciare un’invasione del nostro Paese“.
Gli analisti militari vietnamiti delineano quella che considerano una progressione nel corso di tre amministrazioni americane ,da Barack Obama, passando per il primo mandato di Donald Trump, fino alla presidenza di Joe Biden, con Washington che ha cercato di stringere relazioni militari e di altro tipo con le nazioni asiatiche per “formare un fronte contro la Cina“.
Il Vietnam bilancia l’impegno diplomatico con le paure interne
Durante il suo mandato Biden ha sottoscritto il “partneriato strategico globale” con il Vietnam, elevando le relazioni tra le due nazioni al massimo livello diplomatico, al pari di Russia e Cina, in quanto “partner fidati con un’amicizia fondata sul rispetto reciproco”.
Nel documento militare del 2024, tuttavia, i pianificatori vietnamiti affermano che, sebbene gli Stati Uniti considerino il Vietnam “un partner e un importante collegamento”, essi vogliono anche “diffondere e imporre i propri valori in materia di libertà, democrazia, diritti umani, etnia e religione” per cambiare gradualmente il governo socialista del Paese.
A dimostrazione che, lungi dal considerare gli Stati Uniti un partner strategico, Hanoi vede Washington come una minaccia esistenziale e non ha alcuna intenzione di unirsi alla sua alleanza anti-cinese.
I documenti offrono una finestra sul pensiero interno
Il centro di ricerca ISEAS–Yusof Ishak Institute di Singapore afferma invece che i piani evidenziano le tensioni all’interno della leadership politica del Vietnam, dove la fazione conservatrice e militarmente schierata del Partito Comunista è da tempo preoccupata per le minacce esterne al regime..
Tali tensioni all’interno del governo si sono riversate nella sfera pubblica nel giugno 2024, quando la Fulbright University, legata agli Stati Uniti, fu accusata di fomentare una “rivoluzione colorata” da un servizio televisivo dell’esercito.
Il National War College di Washington riporta che l’esercito vietnamita ha ancora “un ricordo duraturo” della guerra con gli Stati Uniti conclusasi nel 1975.Così mentre i diplomatici occidentali tendono a considerare Hanoi come più preoccupata da una possibile aggressione cinese, questo e altri documenti indicano invece che la paura più grande dei leader vietnamiti è quella di una “rivoluzione colorata”.
A minare ulteriormente la fiducia tra Stati Uniti e Vietnam sono stati i tagli apportati da Trump all’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, che hanno interrotto progetti per bonificare tonnelltate di terreni ancora contaminati dalla diossina mortale proveniente dal defoliante Agente Arancio dell’esercito e da munizioni e mine terrestri americane inesplose.
Mentre Cina e Vietnam sono in disaccordo sulle rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale, i documenti ritraggono la Cina più come un rivale regionale che come una minaccia rappresentata invece dagli Stati Uniti”, anche perché la Cina è il principale partner commerciale bilaterale del Vietnam, mentre gli Stati Uniti sono il suo principale mercato di esportazione.
La politica di Trump preoccupa Hanoi
To Lam è diventato segretario generale del Partito Comunista più o meno nello stesso periodo in cui è stato redatto il documento, e con Lam al timone, l’azienda di famiglia di Trump ha avviato i lavori per un resort di golf e un progetto immobiliare di lusso da 1,5 miliardi di dollari nella provincia settentrionale di Hung Yena.
Inoltre, fra i primi, Lam ha accettato di a partecipare al Consiglio per la Pace di Trump, decisione insolitamente rapida dato che le mosse di politica estera sono solitamente calibrate con grande attenzione alla possibile reazione di Pechino.
Ma l’operazione venezuelana del Tycoon ha fornito ai comunisti vietnamiti una nuova giustificazione per il loro disagio riguardo a legami più stretti con Washington, mentre qualsiasi azione militare statunitense contro Cuba, alleata di Hanoi, potrebbe sconvolgere l’equilibrio strategico del Vietnam.
Nel complesso, è probabile che il primo anno del secondo mandato di Trump abbia lasciato i vietnamiti soddisfatti della sua attenzione rivolta all’emisfero occidentale, ma allo stesso tempo sono preoccupati per la costante politica americana disposta a violare la sovranità degli stati e a rimuovere i leader che non gradiscono.
BTZ
