Economia e Lavoro

In Italia il lavoro c’è, mancano gli specialisti

di  Jr. Wladymiro Wysocki*

Dopo la recente epoca del Covid-19 entrata tristemente e prepotentemente nella storia di tutti noi, finalmente alle spalle anche se con qualche impatto socio economico ancora in corso, adesso ci troviamo a vivere nell’epoca dell’intelligenza artificiale nella quale oltre a capire cosa sia effettivamente ci si preoccupa di quelli che potrebbero essere le ripercussioni nel mondo del lavoro.

Tra le paure, anche giustificate, che un robot o una “entità informatica”, possa sostituire buona parte della forza lavoro dell’uomo. E’ sicuramente una fase di transizione tecnologica dove ancora dobbiamo capire cosa si sta sviluppando ma soprattutto come ci andremo a convivere.

In questi giorni si sta cercando, con forza in ogni evento e occasione, di evidenziare come si deve tutelare e preservare la professionalità dell’uomo, tutelando le nostre eccellenze. Eppure al netto di quanto sopra detto, e io stesso ripetuto in diverse occasioni, sappiamo bene come oggi in Italia abbiamo il problema di trovare persone da impiegare in determinati settori.

Compito affidato anche ai centri per l’impiego, ovvero di realizzare l’inserimento o il reinserimento, nel mondo del lavoro soddisfacendo la richiesta delle imprese e l’offerta.

Ovvero il mismatching, la mancata corrispondenza.

Per risolvere il mismatch ne parliamo nel settore della formazione per preparare e formare persone con nuove competenze, in modo da soddisfare le richieste delle imprese anche a seguito di nuovi campi e nuovi ruoli che si vanno a definire.

Fermiamoci però ad osservare il mondo del lavoro attuale, ci rendiamo conto come questo fenomeno della mancata corrispondenza tra domanda e offerta non è solo settoriale per una specifica professione o competenza ma è più diffusa di quello che si possa pensare.

Tantissimi lavori, anche i più comuni, sono scoperti da addetti e questo sta creando problemi notevoli all’economia e alla produzione delle imprese.

Parliamo a livello nazionale che circa un lavoro su due è senza collocazione di personale, ovvero non ci sono lavoratori disponibili per ricoprire la richiesta di manodopera

necessaria.

Riportando i dati di Unioncamere-Anpal emergono dati importanti, nel 2023 su 5,5 milioni di contratti di lavoro si hanno avute difficoltà di reperite la forza lavoro per il 45,1%.

Nel settore della metallurgica la difficoltà sale al 58,4%, al 57,6% nel mondo delle costruzioni, e del 57,1% nel settore del legno, nell’industria al 52,7% mentre per i servizi la

percentuale è del 42,1%.

Analizzando le regioni italiane queste difficoltà tra domanda e offerta (mismatch) sono maggiori in Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli – Venezia Giulia, Emilia

Romagna, Umbria e Marche. Una analisi va fatta non solo per la mancanza di formazione specifica ma anche della

riduzione demografica della popolazione spendibile in età lavorativa. Infatti i residenti nella fascia di età tra i 15 e 64 anni nel 2010 erano 39,1 milioni e stime ISTAT per il 2030 prevedono una diminuzione per un totale di circa 35,9 milioni.

Pensiamo ai dati ISTAT pubblicati a dicembre 2023, dove si riportava una flessione della popolazione italiana, indicando il valore di residenti pari a 58.997.201. Confindustria stima che da qui al 2027 ci sarà una richiesta di 508 mila lavoratori per il settore manifatturiero con una difficoltà di reperimento del 45%.

L’Ance, a seguito degli investimenti del PNRR, stima una richiesta di 65 mila addetti oltre ai già stimati necessari di 260 mila. Il picco nel settore lo si prevende nel 2025.

Sempre a seguito del Pnrr e degli impegni per le case green ci sarà la necessità di ulteriori 150 mila lavoratori.

Per andare a fare un elenco dei settori con maggiore difficoltà da reperire gli addetti troviamo il tessile, il settore della scienza della vita, fonditori, saldatori, i tecnici del settore dei processi produttivi, farmacisti e biologi.

Questo evidenzia, come i dati ISTAT riportano, che in Italia il lavoro non manca, ma mancano i lavoratori.

Ora possiamo aprire anche un discorso sulle motivazioni, giustificate o meno, di queste carenze e anche rifiuti di molti lavori per la mancanza di una adeguata retribuzione e

questo aprirebbe un discorso ulteriore tra il salario minimo o la revisione dei contratti collettivi nazionali di lavoro.

Non è questa la sede opportuna per affrontare tale discorso anche perchè richiederebbe uno spazio dedicato per sviscerare tutte le questioni in maniera esaustiva.

Di certo lo scopo è sempre quello di porre alla riflessione dei nostri politici tematiche alle quali dare la giusta attenzione con dati e considerazioni al fine di poterle affrontare con

risposte concrete.

Chiudendo con quanto ho aperto, anche in merito alle paure di essere sostituiti dall’intelligenza artificiale, valutiamo seriamente quanti settori stiamo abbandonando e che

verranno ricoperti dalla nuova tecnologia.

Allora si che si parlerà di sostituzione.

Abbiamo tempo e modo per affrontare tutto questo e forse dobbiamo anche riscoprire che i lavori “umili” o “semplici” sono quelli di cui abbiamo probabilmente più bisogno come nel periodo pandemico ci siamo resi conto che senza di essi non eravamo in grado di andare avanti.

Sarebbe opportuno evitare questa distinzione di “importanza” di classi di lavori perché tutti sono necessari e vitali per l’uomo, per l’evoluzione tecnologica, economica allo stesso livello.

Abbiamo bisogno di riscoprire il senso e la cultura del lavoro senza lasciarsi coinvolgere e trascinare dai “facili mestieri” che alcuni social vogliono fare intendere.

*Architetto-Esperto di sicurezza sul lavoro

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