Esteri

India: basta petrolio russo, ma ci vorrà tempo e Mosca punta su Pechino per l’export

di Balthazar

La parte più clamorosa  dell’accordo commerciale indo-americano è stata la decisa affermazione di Trump il quale ha dato per certo che “[Modi] ha accettato di smettere di acquistare petrolio russo e di acquistarne molto di più dagli Stati Uniti e, potenzialmente, dal Venezuela”.

In verità anche se il presidente indiano Modi ha confermato l’accordo, è stato molto vago sui dettagli, mentre il suo Ministro del Commercio si è limitato a ribadire che l’India continuerà a diversificare i propri fornitori..

La giustificazione per i dazi punitivi del 25% all’India, ora revocati dagli Stati Uniti, era che questi acquisti alimentavano la macchina bellica russa che sicuramente non era nella intenzioni del Governo indiano che godeva già di condizioni di favore da Mosca.

Ma  Trump vuole apparentemente che l’India riduca le importazioni di petrolio russo, al fine di privare il Cremlino di entrate di bilancio estere che contribuiscono a stabilizzare il rublo e a finanziare il conflitto, mentre in pratica vuol esportare petrolio americano e, appena possibile quello venezuelano che ormai considera di sua proprietà.

Più  facile a dirsi che a farsi, ovviamente supponendo che l’India abbia accettato questa richiesta in tutto e per tutto e che Trump sia pronto a scattare sugli oceani con le sue petroliere.

L’agenzia economica Bloomberg qualche giorno fa riportava che “i flussi giornalieri si attestavano ancora intorno a 1,2 milioni di barili a gennaio”, secondo i  massimi dirigenti delle raffinerie statali e private indiane avevano, già a inizio anno avevano previsto che questi volumi “sarebbero scesi sotto 1 milione di barili al giorno, un livello ritenuto raggiungibile per l’India e accettabile per gli Stati Uniti”.

Una valutazione che  già preannunciava il possibile accordo Trump- Modi sui dazi .

Ma le stesse aziende petrolifere indiane ritengono che, mentre la potenziale riduzione di 200.000 barili di petrolio russo possono essere sostituiti dagli Stati Uniti e/o dal Venezuela, il resto sarà ben difficile sostituirlo in tempi brevi.

Come ha riportato il Wall Street Journal  “ci vuole più tempo per trasportare petrolio dagli Stati Uniti all’India che dalla Russia all’India. Attualmente, il tempo di transito dalla costa del Golfo degli Stati Uniti all’India è di 54 giorni. Dalla Russia, è di 36 giorni…. Acquistare dagli Stati Uniti è anche più costoso. Le raffinerie in India dovrebbero pagare 7 dollari in più al barile… Le raffinerie in India sono più abituate a raffinare greggi pesanti e acidi, che sono il tipo di petrolio russo e venezuelano, ma non quello leggero e dolce negli Stati Uniti“.

Di conseguenza che “le consegne (dal Venezuela) potrebbero essere influenzate dal persistere delle sanzioni, nonché da ostacoli logistici simili e dall’aumento dei costi derivanti dal trasporto del petrolio dall’altra parte del mondo. Con la produzione petrolifera venezuelana che si aggira ancora intorno ai 900.000 barili al giorno… ci vorranno anni, una politica stabile e ingenti investimenti per aumentare le forniture e soddisfare la domanda indiana”, tenendo presente che nel frattempo  i consumi energetici del subcontinente indiano continueranno a crescere.

Lo scenario più probabile è che l’India sostituisca gradualmente alcune delle sue importazioni di petrolio russo con quelle venezuelane, ma l’ambasciatore venezuelano in Cina ha riferito che il prezzo del petrolio sarà ora dettato dalle condizioni di mercato, mentre Trump ha accolto con favore gli investimenti cinesi nell’industria petrolifera venezuelana.

L’India dovrà quindi competere con la Cina per il petrolio venezuelano, e il prezzo potrebbe presto superare quello del petrolio russo, quindi le importazioni di petrolio venezuelano potrebbero non sostituire quelle russe così rapidamente come si aspettano gli Stati Uniti.

Resta poi ancora da valutare se gli Stati Uniti siano in grado di sostituire quello che Caracas non può fornire direttamente. Per ora  l’unica certezza è che sia che provenga dal Venezuela che dagli USA, all’india il petrolio costerà di più rispetto alle tariffe privilegiate sino ad oggi praticate da Mosca.

Il risultato è che le importazioni di petrolio russo da parte dell’India probabilmente diminuiranno solo lentamente, il che eviterebbe uno shock immediato alle economie indiana e russa. E poi, tutto sommato,  anche le importazioni di petrolio di altri paesi sono guidate dalle condizioni di mercato.

E’ notizia di Ieri che la Cina è disposto ad incrementare gli acquisti petroliferi dalla Russia, mentre i mercati osservano con attenzione la situazione in Iran che esporta gran parte del suo petrolio, praticamente embargato, non solo in Cina ma in tutto l’estremo oriente.

Se dunque Trump incassa un colpo di immagine della sua potenza qualcuno a casa sua e all’estero comincia a fare i conti ben sapendo che nel settore petrolifero e più in generale dell’energia, i colpi di testa costano cari. Ne sa qualcosa l’Europa che per quanto riguarda il Gas prevede ancora per il 2026 un aumento del 30% dopo aver registrato già un 10,6% a gennaio di quest’anno.

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