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Iran, con l’attacco USA si sgretola il principio di “deterrenza” atomica      

di Giuliano Longo

Questa notte  gli Stati Uniti hanno condotto attacchi coordinati contro tre importanti siti nucleari in Iran: Fordow, Natanz e Isfahan, segnando una pericolosa escalation in una regione già instabile.

Per Trump  l’operazione è stata un successo, un “colpo decisivo” alle ambizioni nucleari dell’Iran. Ma dietro l’esibizione di forza si cela un più profondo sgretolamento strategico di deterrenza, legalità e diplomazia con implicazioni che ribaltano il già precario ordine internazionale.

Dopo essersi ritirati dal Piano d’azione congiunto globale (JCPOA) del 2015 gli Stati Uniti hanno smantellato un sistema diplomatico che av rebbe impedito all’Iran di costruire l’atomica.

Tale accordo, mediato sotto l’amministrazione Obama, aveva imposto limiti ai livelli di arricchimento dell’uranio, alla capacità di centrifugazione e alle scorte, sottoponendo il programma iraniano al regime di ispezioni internazionali più invasivo della storia.

Quando nel 2018  Trump uscì dall’accordo rimaneva un tacito accordo per il quale  gli attacchi militari sarebbero stati l’ultima risorsa di fronte a una imminente minaccia. Ma l’attacco statunitense non ha risposto a un’aggressione iraniana in corso né ad alcuna  credibile su una imminente attacco a Israele.

Si è trattato di un attacco preventivo, un’azione intrapresa non contro ciò che l’Iran aveva fatto, ma contro ciò che avrebbe potuto fare in futuro. Così facendo,

Washington ha contribuito a normalizzare un precedente pericoloso: l’uso della forza contro la latenza nucleare. D’ora in poi basterà il semplice sospetto per intervenire militarmente ovunque.

Per la Carta delle Nazioni Unite, istituzione per la quale non da oggi l’America ha scarso rispetto, l’azione militare è consentita solo per legittima difesa contro un attacco armato o con l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La guerra preventiva, soprattutto in assenza di un pericolo imminente, si colloca ben al di fuori di tali limiti.

Numerosi esponenti politici americani,di area Democratica ma non solo, insistono sulla mancata autorizzazione del Congresso, un ulteriore campanello d’allarme pe la Democrazia. Mentre  soloalcuni importanti legislatori repubblicani sono stati informati, il potere legislativo più ampio è stato bypassato.

Per una democrazia che proclama il proprio impegno per i pesi e contrappesi costituzionali, la decisione unilaterale dell’esecutivo di colpire il territorio di un’altra nazione sovrana, rischiando una guerra regionale se non peggio,dovrebbe essere motivo di allarme.

Ciò che l’attacco rivela più chiaramente è l’erosione della teoria stessa della deterrenza nucleare, secondo la quale le armi nucleari stabilizzano la politica internazionale imponendo estrema cautela a tutte le parti. La logica era semplice: nessuno Stato lancerebbe  una guerra su larga scala se il costo potesse essere la propria distruzione. Ma questo funziona solo se la minaccia è credibile.

L’Iran, nonostante anni di arricchimento e impianti di protezione nucleare, non possiede ancora un’arma nucleare e potrebbe forse venire bombardato se avesse varcato la soglia della piena capacità deterrente come la Corea del Nord, per non parlare di Israele che la bomba ce l’ha da decenni grazie alla connivenza dell’Occidente. ,

Le conseguenze di questa inversione sono profonde: il regime globale di non proliferazione, già indebolito, si trova ora ad affrontare il cupo paradosso: gli Stati che rinunciano alla bomba atomica possono essere attaccati, mentre quelli che la acquisiscono vengono tollerati. Questo non incentiva la moderazione, ma premia la ribellione.  .

Nel frattempo, il ruolo di Israele in questa escalation è passato in gran parte inosservato nel dibattito statunitense. Per oltre una settimana, jet e missili israeliani hanno colpito obiettivi iraniani con la quasi totale impunità, compresi attacchi ad aeroporti e presunti siti militari nel profondo del Paese.

Gli Stati Uniti non solo non sono riusciti a contenere questa aggressione, ma ora vi sono pienamente allineati. La campagna israeliana, intrapresa con il pretesto dell’autodifesa, ha già ucciso centinaia di persone e ampliato la portata del conflitto. Eppure, la condanna internazionale è stata scarsa, mentre gli Stati Uniti hanno fornito copertura sia retorica che operativa.

Il Ministro della Difesa israeliano e il Nethaniahu definiscono l’attacco una “decisione  coraggiosa per tutta l’Umanità” confermando che gli attacchi sono stati condotti in pieno coordinamento con Tel Aviv.

Questo coordinamento non è una solo partnership: riflette una  permissività che consente a Israele di agire impunemente, mentre al contempo intensifica i conflitti che alla fine coinvolgono Washington.

Questo schema non è nuovo. Dall’attacco al reattore di Osirak del 1981 alle recenti operazioni n Siria e Libano vi è la dimostrazione palese che, Israele ha regolarmente lanciato azioni militari unilaterali all’insegna della prevenzione. Ma l’episodio attuale è diverso per portata e  gravità.

Fine modulo

L’integrazione della potenza di fuoco statunitense nella campagna israeliana conferisce ora a questa guerra una dimensione globale, destabilizzando non solo l’Iran ma anche una regione più ampia che si estende almeno dal Libano meridionale all’Iraq occidentale.

Il rischio di un’escalation più ampia è ora concentrato sullo Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa circa il 20% del petrolio mondiale. L’Iran ha posto le sue unità navali della Guardia Rivoluzionaria in stato di massima allerta e, sebbene non vi sia stata ancora una risposta diretta, anche il solo accenno di un’interruzione nello Stretto ha fatto già impennare i prezzi del petrolio.

Certamente questi attacchi  potrebbero aver ritardato il progresso tecnico dell’Iran di mesi, forse persino di un anno, ma il danno a lungo termine è incalcolabile, mentre gli iraniani detengono ancora tutto il Know How necessario alla produzione della bomba. Anzi, i vettori li ha già disponibili.

Il risultato è che l’Iran è ora più propenso ad accelerare il suo programma nucleare, meno propenso a negoziare e più incline a reagire con mezzi asimmetrici o regionali. Ogni calcolo che in precedenza limitava l’escalation – deterrenza reciproca, norme globali, costi politici  ecc.– è ora messo indubbio

La stessa intenzione di americani e israeliani di eliminare l’86enne Guida suprema Khamenei non garantisce una svolta del sistema teocratico iraniano, anzi rischia di far convergere nella difesa della bandiera se non gli oppositori al regime, sicuramente gli incerti o gli indifferenti.

La vera vittima di questa nuova impennata di Trump  non è l’infrastruttura nucleare iraniana, ma l’idea che la sicurezza globale possa essere gestita senza ricorrere alla forza. Gli Stati Uniti hanno chiarito che chiunque esiti è un bersaglio, mentre chi oltrepassa la linea nucleare è immune. Questa non è una dottrina di pace, ma è un modello per la proliferazione delle armi nucleari.

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