di Irene Panzeri (*)
Si è chiuso con “progressi significativi” il terzo round di colloqui tra gli Stati Uniti e l’Iran per scongiurare la guerra e trovare un accordo sul nucleare. L’Oman, che svolge il ruolo di mediatore, ha annunciato che le trattative ricominceranno “presto, dopo aver consultato le rispettive capitali”.
Già fissate, invece, secondo i mediatori, “discussioni a livello tecnico, che si terranno la prossima settimana a Vienna”. I negoziati a Ginevra sono iniziati con “spirito costruttivo, grazie all’apertura senza precedenti dei negoziatori verso idee e soluzioni nuove e creative”, secondo il ministro degli Esteri omanita Badr al-Busaidi.
La discussione, però, si è interrotta dopo le prime tre ore e le delegazioni hanno deciso di prendersi una pausa. A causare il blocco delle trattative, riprese poi nel tardo pomeriggio, sarebbero state, secondo indiscrezioni, le richieste di Washington che insiste sull’arricchimento zero e sul trasferimento di tutto l’uranio arricchito al 60% agli Stati Uniti. Il Wall Street Journal ha rivelato che gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero chiesto ai negoziatori iraniani anche di smantellare i tre principali siti nucleari: Fordow, Natanz e Isfahan. Richieste “difficili da accettare” per la controparte, che ha più volte assicurato di non voler costruire un’arma atomica. Secondo il New York Times, la Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei avrebbe dato il suo consenso al ritorno delle aziende Usa nel Paese, da cui erano state bandite nel 2015. Per tentare di dare una svolta alle trattative, Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi avrebbero avuto “colloqui diretti”, da cui però gli inviati Usa sarebbero usciti “delusi”.
Intanto Washington continua ad aumentare la presenza e pressione militare nella regione, dopo gli arrivi di caccia F-22, F-35 e aerei da trasporto. La portaerei statunitense USS Gerald R. Ford, la più grande al mondo, ha lasciato l’isola greca di Creta e si sta avvicinando a Israele, mentre sei aerei cisterna sono attesi all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Teheran ha risposto minacciando, con un consigliere di Khamenei, che “le portaerei statunitensi rientrano ora nel raggio d’azione dei nostri missili”.
(*) La Presse
