Donald Trump torna a fare la voce grossa con l’Iran alla vigilia del primo round di colloqui in Pakistan. Teheran “sta facendo un pessimo lavoro, disonorevole per alcuni, nella gestione del passaggio del petrolio lungo lo Stretto di Hormuz. Non è questo l’accordo che abbiamo”, ha tuonato il presidente Usa, minacciando la ripresa degli attacchi. “Stiamo caricando sulle navi le migliori munizioni, le migliori armi mai realizzate, persino migliori di quelle che abbiamo impiegato in precedenza, con le quali li abbiamo fatti a pezzi”, ha affermato il tycoon, aggiungendo che verrebbero “utilizzate in modo molto efficace” qualora non si giungesse a un accordo. Quanto all’esito delle trattative, “lo scopriremo tra circa 24 ore”. La certezza, per Trump, è che gli iraniani “non sembrano rendersi conto di non avere alcuna carta da giocare, se non un ricatto a breve termine nei confronti del mondo, attuato utilizzando le vie d’acqua internazionali. L’unica ragione per cui sono ancora in vita, oggi, è negoziare”. Anche il vicepresidente JD Vance, che guiderà la delegazione statunitense in una Islamabad blindata, pur dicendosi convinto che l’esito sarà “positivo”, mette in guardia gli ayatollah: “Se gli iraniani sono disposti a negoziare in buona fede, noi siamo certamente pronti a tendere la mano. Se invece cercheranno di prenderci in giro, scopriranno che il team negoziale non sarà così disponibile”, ha dichiarato prima di salire a bordo dell’Air Force Two.
Vance ha spiegato che Trump ha fornito al team negoziale — che include l’inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner — “linee guida chiare”, senza entrare nei dettagli: “Cercheremo di portare avanti una trattativa positiva. Vedremo come andrà”. Secondo il Washington Post, gli Stati Uniti intendono chiedere all’Iran il rilascio di almeno sei cittadini americani detenuti nel Paese. I media vicini ai Guardiani della Rivoluzione ribadiscono però che, finché Washington non rispetterà l’impegno per un cessate il fuoco in Libano e Israele continuerà gli attacchi, i negoziati resteranno in sospeso. Secondo una fonte di alto livello nel settore della sicurezza, “l’intensa pressione e la minaccia di ritirarsi dai colloqui con gli Usa a Islamabad da parte di Teheran hanno costretto Israele a fermare i suoi attacchi militari contro Beirut”. Per Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, “due delle misure concordate reciprocamente tra le parti” prima dell’avvio dei negoziati “devono ancora essere attuate: un cessate il fuoco in Libano e lo sblocco degli asset iraniani”. Il viceministro degli Esteri Majid Takht Ravanchi ha inoltre precisato che il piano in 10 punti proposto dall’Iran è stato concordato come base dei negoziati. Mentre il premier pakistano Shehbaz Sharif ha confermato l’arrivo delle delegazioni a Islamabad, definendo la fase attuale un “momento decisivo”.
Intanto, i raid israeliani sul Libano continuano. Secondo i media di Beirut, il bilancio degli attacchi sulla città meridionale di Nabatieh è di 19 morti: undici membri delle forze di sicurezza e otto civili. Quindici le persone ferite. Il capo di Stato Maggiore dell’Idf, il tenente generale Eyal Zamir, ha affermato che i combattimenti contro Hezbollah rappresentano la “zona di combattimento principale” dell’esercito: “L’Idf è in stato di guerra, non siamo in un cessate il fuoco”. Sul piano negoziale, tuttavia, emergono segnali di movimento. Il primo incontro in presenza tra Israele e Libano si terrà martedì presso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, secondo quanto riportato dal Times of Israel che cita un funzionario americano. Parteciperanno l’ambasciatrice libanese a Washington Nada Hamadeh-Moawad, l’ambasciatore israeliano Yechiel Leiter e l’ambasciatore statunitense a Beirut Michel Issa, a capo delle rispettive delegazioni. Secondo fonti citate dalla Cnn, gli ambasciatori dei tre Paesi tengono oggi a Washington un primo ciclo di colloqui preparatori. L’emittente riferisce inoltre di una telefonata tesa avvenuta ieri tra Trump e Benjamin Netanyahu sulla questione libanese: il premier israeliano avrebbe compreso che, se non avesse richiesto colloqui diretti con Beirut, il presidente Usa avrebbe potuto procedere unilateralmente alla dichiarazione di un cessate il fuoco.
