di Giuliano Longo
La ripresa dei bombardamenti a Gaza giustificata da un atto di guerra, è l’evidente prova che Israele persegue un piano per raggiungere i suoi obiettivi, alternando la finta carota con il nodoso bastone. In realtà, ciò che è stato imposto non è la fine della guerra, né un cessate il fuoco, ma una chiara strategia che Netanyahu e il suo governo perseguono con astuta tenacia. I media occidentali sono caduti nella trappola di credere che il “piano in 20 punti” elaborato dall’amministrazione Trump e la successiva imposizione di un “cessate il fuoco”, fossero stati concepiti per porre fine al conflitto, ma questa opinione si va sgretolando.
Le vere intenzioni di Israele
Nel discorso mediatico mainstream su Gaza esiste un malinteso fondamentale che induce ad accettare il genocidio compiuto su quella popolazione, come atto di vendetta motivato dall’atto “terroristico” compiuti dalle fazioni armate di Hamas il 7 ottobre 2023.
Anche se non si può negare che quell’atto terroristico, definito atto di guerra dalla organizzazione sia stata una sanguinosa provocazione, si tende a giustificare non solo la sproporzionata reazione, ma anche il processo di pulizia etnica ancora in corso.
Per di più questa argomentazione sminuisce la lunga storia di persecuzioni e violenze indiscriminate da parte di Israele nei confronti del popolo palestinese e, paradossalmente, finisce per sminuire anche gli obiettivi del sionismo radicale, che è quello di conquistare tutto ciò che è considerato “Eretz Israel”.
Negli anni che hanno preceduto il 7 ottobre 2023, il bilancio delle vittime palestinesi anche in Cisgiordania è cresciuto al punto da raggiungere livelli mai visti dalla Seconda Intifada, dei primi anni 2000.
I coloni israeliani, fanatici e armati continuano ad occupare territori almeno formalmente palestinesi e autonomi, gli stessi fanatici continuano a invadere la moschea di Al-Aqsa, mentre anche i luoghi di culto cristiani sono stati vittime di violenze e restrizioni sostenute dallo Stato.
Le comunità in Cisgiordania sono da tempo sotto la costante minaccia di pulizia etnica, subendo attacchi di routine condotti sotto l’occhio vigile delle autorità israeliane. Mentre la popolazione di Gaza, che viveva su un territorio dichiarato invivibile dagli esperti delle Nazioni già nel 2020, veniva lasciata marcire in una sorta di enorme campo profughi.
Israele ha vissuto diverse fasi nella Striscia di Gaza, sia attraverso l’assedio degli ultimi due decenni, sia attraverso i vari bombardamenti che hanno ucciso centinaia di civili.
Facciamo un po’ di storia
Questa storia risale al 1948, quando la Striscia di Gaza fu creata dalla popolazione di rifugiati espulsa etnicamente dalle proprie terre che da allora hanno sperimentato difficoltà inimmaginabili fra le varie intifade.
Ma venendo a tempi più recenti, nel 2014, l’allora Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu tentò, con una guerra durata 51 giorni, di trovare una risposta a quella che Israele ha definiva la sua “questione Gaza“, ma non riuscì ad imporre una soluzione militare dopo aver subito perdite e la cattura di quattro suoi militari, considerati prigionieri di guerra.
Nel 2017, Hamas accettò una Carta per il cessate il fuoco a lungo termine che avrebbe portato alla soluzione dei “due stati”, condannando inoltre, tra le altre cose, l’antisemitismo.
Nello stesso anno, Hamas avviò anche iun processo per la firma di un accordo di unità con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), in base al quale l’autorità con sede a Ramallah, avrebbe assunto il controllo di Gaza.
A tal fine, le forze dell’ANP iniziarono a essere dispiegate al confine di Rafah, tra ampi festeggiamenti in tutta la Striscia, ma le pressioni di Stati Uniti e Israele fecero fallire l’accordo.
Quello stesso anno, l’ANP iniziò alloraa ridurre e tagliare gli stipendi dei suoi dipendenti a Gaza, mettendo a dura prova Hamas e portando infine Israele a istituire il controverso sistema di distribuzione degli aiuti dal Qatar, utilizzati per impedire che la situazione degenerasse in un conflitto.
Nel 2018, Israele tentò senza successo di rapire un alto comandante di Hamas a Gaza, senza che il movimento lanciasse nemmeno un razzo di rappresaglia
Da allora, per Israele, Gaza e il suo territorio sono stati considerati un problema irrisolvibile, che poteva essere controllato solo attraverso periodiche incursioni e assassinii di leader, come già accadeva da decenni, oltre agli scontri del 2008-9, 2012, 2014 e 2021.
Dagli accordi di Abramo in poi
Successivamente gli israeliani hanno tentato di espandere gli “Accordi di Abramo” per includere l’Arabia Saudita, Emirati, Egitto e addirittura Turchia, in quella che fu definita “Iniziativa di pace araba”, un piano elaborato da Riyadh che prevedeva uno Stato palestinese come prerequisito per la normalizzazione.
Ma già nel frattempo, Israele puntava alla annessione della Cisgiordania, grazie alle occupazioni dei coloni, ampliando la pulizia etnica di Gerusalemme Est, accantonando il problema di Gaza in attesa di una occasione favorevole che arrivò proprio con la provocazione del 7 ottobre, ma era già presente da tempo nei piani dell’esercito israeliano, che tuttavia non fu in grado di prevenire l’attacco.
La promessa del leader Israeliano di vincere non solo Hamas ma di punire Gaza quasi come una vendetta divina non si organizza in pochi giorni come “la giusta reazione”..
A questo punto l’intera partita era cambiata. Era giunto il momento di accelerare i piani, concepiti per durare un decennio, risolvendo la “questione di Gaza” e “rimodellando il Medio Oriente” con la forza.
Ecco perché Israele ha dedicato due anni alla demolizione di Gaza. Ancora oggi, i suoi militari, insieme a contractor civili e privati israeliani che vengono pagati con un prezzo di rischio, stanno demolendo le restanti infrastrutture civili palestinesi che si trovano oltre quella che Israele chiama la “Linea Gialla” ( il 54-58% di Gaza).
D’altra parte agli occhi degli israeliani se la popolazione di Gaza è ancora lì, alla fine la resistenza sopravviverà e la questione tornerà al punto di partenza.
Logicamente questo ha anche senso, perché dopo quanto Israele ha fatto alla popolazione palestinese, il desiderio di vendetta e la resistenza non potrà che crescere. E anche se tutti i gruppi armati presenti saranno disarmati la successiva ondata di resistenza sarà inevitabile, magari con i nipoti dei nonni morti sotto le macerie.
La minaccia di Hezbollah a Nord
Nel frattempo, un’altra minaccia incombe a nord, dove Hezbollah è ancora presente. Sebbene i media occidentali affermino che il gruppo sia scomparso, la leadership israeliana è convinta che non sia così. E con ogni probabilità a ragione.
Se i combattenti di Hezbollah si dimostrassero capaci di penetrare i confini e di entrare in Galilea, per Israele rappresenterebbe la rovina degli obiettivi che si era prefissato di raggiungere anche con il genocidio a Gaza. Un genocidio che è anche un messaggio alla resistenza regionale e al mondo arabo in generale: sfidare militarmente Israele significa subire la stessa sorte.
Gli israeliani non hanno intenzione di restare seduti ad aspettare che si sviluppi una forza di resistenza all’interno della Siria, né che la resistenza libanese si rafforzi a tal punto da diventare elemento di “deterrenza”, o che l’Iran si lecchi le ferite e tenti ancora di riaffacciarsi in Libano.
“La vittoria totale” è ciò che Benjamin Netanyahu ribadisce costantemente come suo obiettivo e, anche dopo l’imposizione del cessate il fuoco a Gaza, quando ha dichiarato apertamente che “la guerra non è finita”.
L’impossibile “Piano di Pace”
Per anni, Israele, ha respinto l’idea di negoziare per uno Stato palestinese su quel 22% del territorio della Palestina storica, grazie anche al consenso diffuso fra la sua popolazione, a parte inascoltate voci di grandi intellettuali.
L’unica vera questione che ostacolava Israele era la popolazione palestinese stessa ancora residente entro i suoi confini e in Cisgiordania – ampiamente discriminata – e l’alleanza militare regionale araba e iraniana che difendeva la sua causa e incoraggiava la sua lotta armata.
Già nel gennaio 2020, Trump rivelò suo piano “Accordo del secolo” in linea non solo con le precedenti proposte del partito israeliano Likud,, ma anche con il cosiddetto “Accordo di pace” proposto oggi.
Ciò significava che il progetto USA è quello di istituire una serie di enclave, o mini-campi di concentramento sotto un’amministrazione guidata dall’Autorità Nazionale Palestinese.
Un piano in base al quale la Valle del Giordano e altre parti dell’Area C in Cisgiordania sarebbero state annesse, Gerusalemme interamente occupata da Israele come Abu Dis, situata a est di Gerusalemme, dietro il Muro di separazione israeliano. Confermando così la città santa delle tre religioni monoteiste come la vera capitale di Israele
L’attuale proposta di Trump riprende quell’'”Accordo del Secolo” e anzi lo riduce ulteriormente.
Il ruolo degli europei e dell’Arabia Saudita
Gli europei e le nazioni arabe propongono invece uno “Stato” palestinese, con Gerusalemme Est come capitale con la cosiddetta “Dichiarazione di New York” che apparentemente Trump ha accettato con due limiti principali: nessun vero Stato palestinese, nessuna capitale nella Gerusalemme Est occupata.
La Dichiarazione di New York stabilisce anche che i cosiddetti “attori non statali” siano esclusi dal quadro generale e dal processo politico. In altre parole, solo i candidati da loro preferiti, appartenenti al ramo principale di Fatah, saranno considerati validi per le elezioni.
Inoltre la vision franco-saudita prevede che la Palestina debba essere smilitarizzata, rendendola l’unico Stato al mondo a cui sia vietato avere un esercito proprio. Inoltre, fatto assolutorio più importante, non ci sarebbe alcuna conseguenza per il genocidio perpetrato in una sorta di “comprensione” o giustificazione.
Come affermato da Macron all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, questa iniziativa richiede anche il disarmo di Hamas e l’introduzione di una forza internazionale che entrerebbe a Gaza solo nel rispetto di rigorose condizioni e con il coordinamento degli israeliani.
Basti dire che entrambe le proposte, quella degli Stati Uniti e dei loro alleati, sono molto simili, tranne per il fatto che quella arabo francese cerca di compiacere i dirigenti dell’Autorità Nazionale Palestinese che attualmente gestiscono in parte gli affari della Cisgiordania.
Paradossalmente l’ANP e il suo presidente Mahmoud Abbas, oggi sono rilevanti solo grazie ad Hamas, nonostante le loro dichiarazioni pubbliche che lo incolpano di quasi tutto ciò che è accaduto dal 7 ottobre 2023.
Un piano di pace dai piedi di Argilla
Torniamo agli israeliani e al loro piano. Come dimostrato ieri le possibilità che lo rispettino, per un motivo o per l’altro, sono molto incerte, a meno che gli Stati Uniti non decidano in qualche modo di costringerli a farlo, il che è altamente improbabile. .
Se gli israeliani fossero seri riguardo alla ricostruzione di Gaza, perché hanno creato e continuano a impiegare civili del settore privato per demolirne ogni giorno le infrastrutture?
Se fossero seri riguardo a una forza di governo palestinese “tecnocratica” a Gaza, perché continuano a sostenere per procura tre importanti gruppi legati all’ISIS, dietro la Linea Gialla?
Secondo Axios News, gli Stati Uniti stanno dando il via libera a una strategia israeliana che prevede l’utilizzo dei fondi per la ricostruzione a Gaza, ma sotto il loro controllo, consentendo ai civili palestinesi la possibilità di sopravvivere sotto l’occupazione israeliana e dei suoi gruppi criminali.
Per quanti anni nemmeno si prevede, mentre Israele continua a ostacolare, a fasi alterne, l’ingresso dei beni di prima necessità per la popolazione della Striscia affamata e in pericolo di epidemie.
Se gli israeliani non riescono nemmeno a trattenersi dal colpire ancora nella Striscia, che possibilità ci sono che permettano a un’entità politica legittima di funzionare, per non parlare della ricostruzione?
Se torniamo al 2014, anche allora gli israeliani avrebbero dovuto consentire la ricostruzione di Gaza, ma impedirono l’ingresso di attrezzature e materiali disperatamente necessari. Ci volle l’ingegno della gente per superare allora questo ostacolo.
Conclusione
Questo accordo di cessate il fuoco non è mai stato stipulato per porre fine al genocidio o aprire la strada alla pace. Gli israeliani hanno obiettivi chiari: conquistare i territori di quella che considerano la “Grande Israele”.
Al momento, lo stanno perseguendo anche attraverso mezzi politici – finchè dura – per stroncare la resistenza palestinese, ma in futuro ricorreranno ancora alla guerra, quando lo riterranno necessario fino a raggiungere la loro “vittoria totale”.
