di Riccardo Bizzarri (*)
In un Paese normale, ammesso che ne esistano ancora, il diritto dovrebbe proteggere i deboli, arginare i furbi, premiare il buonsenso. In Italia no. In Italia il diritto è diventato una gabbia per onesti, un campo minato per chi ancora ci crede, una gigantesca trappola burocratica in cui chi sbaglia in buona fede paga sempre, mentre i farabutti sfrecciano impuniti col SUV sul ciglio della legalità, tirando dritto con la freccia sinistra accesa.
Prendiamo due casi recenti, apparentemente innocui ma che rappresentano perfettamente l’Italia del 2025. Due episodi da commedia tragicomica che, invece, sono radiografie di un Paese in piena metastasi etica.
In quel di Roma un bravo ragazzo tenta di fare la maturità e viene punito per questo. Il nostro zelante maturando arriva in auto all’Università Roma Tre per sostenere la prima prova della Maturità. Gira per 20 minuti cercando un parcheggio. Ansia, sudore, tachicardia. Alla fine, stremato, lascia la macchina sulle strisce blu e, non avendo tempo né monete, appende al parabrezza un foglietto:
«Vi prego, ho la maturità. Ho girato per 20 minuti».
Un grido di aiuto, un biglietto che profuma ancora di adolescenza e di speranza. Ma in Italia la speranza è un’arma spuntata. Al ritorno dall’esame, ad aspettarlo non c’è il sollievo, bensì una multa. I vigili, probabilmente ispirati da un robusto senso della legge intesa come vendetta, non si sono lasciati “intenerire”. Giustizia è fatta: il giovane colpevole di educazione civica, senso del dovere e panico da prova d’esame è stato debitamente punito.
Il secondo caso altrettanto emblematico dell’italico paese è il caso dell’adolescente dondolatore fuorilegge Un quattordicenne si siede su un’altalena in un parco giochi. Dondola. Sì, dondola. Per ingannare il tempo prima dell’allenamento di calcio. Ma attenzione: l’altalena è riservata ai bambini sotto i 12 anni. Secondo il regolamento comunale, il ragazzo non è più un bambino. È un abuso ambulante.
I vigili lo individuano. Lo osservano. Lo giudicano. E poi lo multano: 64 euro. Per “uso improprio dell’altalena”. Un crimine contro l’umanità, evidentemente. Un gesto da reprimere con fermezza, perché, si sa, i veri problemi del Paese si risolvono partendo dalle altalene.
E così, mentre in Parlamento si litiga sui condoni per evasori, mentre la criminalità organizzata si infiltra nelle istituzioni, mentre milioni di euro vengono bruciati in opere pubbliche inutili, noi perseguiamo gli studenti in crisi e i ragazzini in cerca di un po’ di svago.
Ma tutto questo non è un’anomalia. È la regola. O meglio: è l’ideologia del regolamento, quella religione laica per cui ogni norma scritta, anche la più idiota, diventa sacra. Anche quando tradisce il senso stesso della giustizia.
Come scriveva Albert Einstein:
“La legge è ciò che sta scritto, la giustizia è ciò che dovrebbe accadere.”
Ma noi, da bravi automi istituzionali, ci aggrappiamo alle regole anche quando sono assurde, come naufraghi che si tengono stretti a un frigorifero invece che a una scialuppa.
E se provi a ragionare, ti becchi pure la ramanzina: «Eh, ma il regolamento è chiaro».
Certo, come il regolamento che vieta di sedersi sul prato, o di bere dalla fontana se non sei un cane, o di stendere i panni al balcone se non in orario condominiale.
E intanto, i veri problemi – le mafie, i corrotti, i violenti continuano indisturbati. Perché quelli, sì, sono difficili da multare.
Come diceva Victor Hugo: “Quando la legge è ingiusta, l’uomo ha non solo il diritto, ma il dovere di disobbedire.”
Siamo un Paese in cui chi è onesto si difende, chi è furbo si giustifica, chi è potente si giustizia da solo.
Ma attenzione: non è solo una questione di norme. È una cultura. Una mentalità.
È lo stesso spirito che ti dice:
– Se ti rubano la bici, è colpa tua perché l’hai lasciata legata male.
– Se ti picchiano, è colpa tua perché sei passato nel posto sbagliato.
– Se prendi una multa perché cercavi di non arrivare in ritardo a un esame di Stato, è colpa tua perché non hai pagato 2 euro al parchimetro.
E allora ci si chiede: ma in che razza di Paese stiamo vivendo?
Un Paese dove ci si scandalizza per un ragazzino sull’altalena, ma si applaude un condono tombale. Dove si umilia chi rispetta le regole (e le subisce) e si premia chi le aggira.
Come scriveva Giorgio Gaber: “La libertà è partecipazione”, ma qui sembra che la libertà sia l’arte di non farsi beccare.
La vera emergenza italiana non è economica, è culturale. Abbiamo normalizzato il ridicolo. Abbiamo sostituito la giustizia con il sarcasmo istituzionale. Abbiamo trasformato i cittadini in sudditi e gli agenti in doganieri morali.
E intanto chi cerca di essere corretto, solidale, rispettoso, viene sanzionato.
È la versione 2.0 del famoso detto: “Fatta la legge, trovato il fesso.”
O, per dirla con Nietzsche:
“Chi combatte i mostri deve fare attenzione a non diventarlo. E se guardi troppo a lungo nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di te.”
Ecco, noi abbiamo guardato troppo a lungo i regolamenti. E ci siamo dimenticati l’umanità.
Post scriptum:
Il ragazzo multato per la Maturità ha pagato. Il quattordicenne multato per l’altalena pure.
E il Paese che li ha multati?
Ancora no. Ma prima o poi, qualcuno dovrà presentargli il conto.
(*) Giornalista
