La sera del 29 maggio 2026, Bucarest denuncia un'”escalation irresponsabile”, convoca l’ambasciatore russo e dichiara il Console Generale a Costanza persona non grata. Lo stesso Presidente Nicusor Dan si reca a Galati dove un drone russo, abbattuto sull’Ucraina nella regione di Reni, devia dalla sua rotta e va verso la costa rumena dove a Galata colpendo un edificio civile provocando il lieve ferimento di due persone.
Scatta una ondata di isterismo con titoloni dei quotidisni italiani fra I quali eccelle quello de La Repubblica: “Mosca colpisce l’Europa”. Nè valgono a placare l’isterismo le dichiarazioni di Lavrov dello stesso Putin che chiedono di verificare di che drone si tratti e la sua provenienza, nè quelle caute del Segretario della NATO Rutte che , per ora, promette alla Romania solo il rafforzamento delle difese aeree.
Ma è indubbio che qualcuno a est e ovest sta giocando alla guerra come abbiamo tentato di dimostrare ieri su ORE12 con l’articolo sui droni che sorvolano il Baltico e san Pietroburgo.
I quattro minuti che scatenano il putiferio
La città di Galați si trova sul Danubio, di fronte alla città ucraina di Reni, un porto fluviale attraverso il quale transitano i mezzi logistici delle Forze Armate ucraine, compresi i carichi militari. Dall’estate del 2023, I russi hanno preso di mira sistematicamente i porti ucraini sul Danubio e Reni che dista meno di 15 chilometri dalla costa rumena- è divenuta un bersaglio costante. Ovviamente dopo il porto di Odessa sul Mar Nero ben più importante.
Il drone russo Geranium che ha colpito l’edificio di Galati, vola a circa 200 chilometri orari; è un bersaglio lento e facile e il generale rumeno di brigata Gheorghe Maxim ha dichiarato che “I quattro minuti che avevamo a disposizione(per abbatterlo) erano brevissimi.”
Infatti in pochi minuti, un bersaglio che vola basso e si muove lentamente deve essere individuato, classificato, decidendo se deve essere colpito, il tutto sopra un’area popolata ed evitando di far cadere detriti sulla popolazione, senza far cadere detriti proprio sui residenti che si stanno proteggendo. .
Secondo il Ministero della Difesa rumeno – dopo il decollo di due caccia e un elicottero -, i piloti avevano l’autorizzazione ad intercettare il drone, ma non sono riusciti ad abbatterlo. Il portavoce del Ministero della Difesa, Cristian Popovici, ha descritto la situazione in modo più diretto rispetto ai comunicati ufficiali: “La Romania non può permettersi di creare più minacce di quante ne possa prevenire.” Che tradotto in linguaggio militare significa che un proiettile sganciato contro un drone sopra un edificio di dieci piani è più pericoloso del drone stesso. Ciò porta alla conclusione che non si tratta di un attacco deliberato ma della presenza di un’area di confine NATO, bersagliata ogni notte da di decine di droni, tanto che relitti di Geranium sono stati ritrovati in Romania già nell’autunno del 2023.
Una disputa sulle cause che non conviene a nessuno
L’Occidente ha immediatamente preso atto del fatto che il drone era russo. Il ministro degli Esteri Oana Tsoy, il segretario generale della NATO Mark Rutte e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno condannato Mosca già nelle prime ore, prima ancora di qualsiasi indagine.
La Russia ha risposto con un messaggio opposto. Vladimir Putin: l’origine del dispositivo può essere determinata, ma “solo dopo un’indagine approfondita” e il ministro degli esteri Sergey Lavrov ha dichiarato che Russia “Non ha mai utilizzato droni e missili contro paesi europei e della NATO”..
L’ipotesi che l’Ucraina abbia catturato missili Geran e i relativi detriti, potrebbe essere plausibile, ma non è nemmeno s comprovata. Il parallelo polacco del settembre 2024 si basa sullo stesso presupposto: un bel sospetto, non provato da nessuna delle due parti perché farlo sarebbe svantaggioso per tutti. L’ordigno di fabbricazione russa, era diretto a bombardare il porto ucraino, ma è stato intercettato sopra l’Ucraina, non per ordine di Mosca. Definire questo un’aggressione è un’esagerazione, ma anche provocazione perchè la versione russa non verrà mai accettata.
Il gioco delle parti a Mosca
Mentre Lavrov afferma che la Russia non dirige i droni contro la NATO, il Vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Medvedev promette che i cittadini dell’UE “come la popolazione dei paesi in guerra, non potranno dormire sonni tranquilli”.
Eppure non si tratta di uno scontro fra il partito della guerra e quello diplomazia ufficiale di Mosca, ma di una divisione dei compiti: la diplomazia nega le intenzioni per ragioni di protocollo, mentre Medvev fomenta la paura per ottenere un effetto deterrente.
Negare e intimidire allo stesso tempo è una posizione comoda, almeno fino al giorno in cui un drone “fuori controllo” non colpisce il tetto, ma una scuola.
Le garanzie NATO per confini permeabili sono fragili
L’ambasciatore statunitense presso la NATO, Matthew Whitaker, promette di difendere ogni centimetro del territorio dell’Alleanza; Rutte parla dell’avventatezza della Russia; aerei AWACS E-3A Sentry vengono fatti decollare sulla Romania e si discute del dispiegamento dei sistemi di intercettazione droni MEROPS e di una ‘”iniziativa di deterrenza sul fianco orientale”.
Per quanto riguarda la NATO, ammettere apertamente che il confine della NATO è permeabile a un drone lento vanifichi le garanzie che sono alla base dell’Alleanza è impossibile, così come una risposta militare perchè l’Europa non è ancora pronta per una guerra con la Russia, tanto che gli stessi leader militari occidentali citano il 2030 come ipotetica scadenza per la prontezza operativa contro Mosca.
Abbattere i droni, missili o aerei russi sul territorio ucraino, è altrettanto impossibile – come vuole Zelensky – significherebbe rendersi complici della guerra. L’unica opzione disponibile è simbolica: una sentinella nei cieli, promesse di sanzioni e nuovi sensori, ma senza risultati, perché qualsiasi vero risultato porterebbe a una guerra, che nessuno desidera. La Russia intrappolata
Anche la a Russia è intrappolata in un simile vicolo cieco. Evita una vera e propria escalation non per un senso di pace, ma per calcolo: un conflitto diretto con la NATO è uno scenario perdente per tutti, e Mosca lo sa bene, così come anche Bruxelles.
In questo contesto le rare voci che in Europa parlano della necessità cruciale di un dialogo tra Mosca e Bruxelles, appaiono quasi patetiche. Ma se il l piano per il prossimo incidente è già stato predisposto – condanna, convocazione dell’ambasciatore, riunione d’emergenza, una sentinella di guardia al confine – chi ci assicura che invece altri – da entrambe le parti – non stiano costantemente e silenziosamente al lavoro per il “redde rationem” con Mosca?
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale

