di Riccardo Bizzarri (*)
In un simbolismo così sfacciato che neppure Pirandello avrebbe osato immaginare, stamattina la scritta di Generali sul grattacielo di City Life ha deciso di emulare l’andamento dell’economia italiana: piegarsi su se stessa. Non è un’installazione di arte contemporanea né un gesto di protesta del Leone di San Marco è proprio l’insegna, letteralmente, che sta cedendo, come una metafora su sfondo di acciaio e vetro.
I Vigili del fuoco sono intervenuti con quattro mezzi, mentre i tecnici valutano la situazione con la stessa solerzia con cui il nostro sistema bancario valuta i crediti deteriorati: con un misto di panico e rassegnazione. L’area sottostante è stata isolata, l’uscita della metro Tre Torri chiusa come se fosse in corso un’esercitazione militare, e i passanti spinti a distanza di sicurezza, perché l’Italia è il Paese dove si può morire anche solo per andare a comprare un caffè nel centro commerciale.
E intanto, le cronache si riempiono di titoli degni di un bollettino di guerra: “Scritta pericolante a City Life: rischio crollo”. E pensare che l’unico crollo che ci aspettavamo in questi giorni era quello dei titoli di Borsa. Ma no: a cedere per prima è stata l’insegna, come se il destino volesse regalarci un’istantanea perfetta del nostro stato attuale.
Del resto, siamo nel Paese dove i simboli barcollano più in fretta dei governi. Dove le grandi assicurazioni, le banche e le istituzioni finanziarie, quelle che dovrebbero garantire solidità, non riescono nemmeno a tenere dritte sei lettere in cima a un grattacielo. Sei lettere che, in un Paese serio, sarebbero rimaste ben ancorate, ma qui in Italia preferiscono inchinarsi al primo refolo di vento come un governicchio alla prima crisi di maggioranza.
Come scrisse Seneca, “non c’è vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”; e in Italia non sappiamo dove andare, ma ci piace andarci di corsa. Verso il burrone, possibilmente, con un sorriso stampato in faccia e un piano strategico a metà. E mentre la Torre di Pisa pende da secoli e fa felice il turismo, questa nuova “Torre Insegna” potrebbe diventare la nostra next big thing: un monumento nazionale al barcollare cronico, non solo architettonico ma istituzionale.
La scena di Milano bloccata per un’insegna pericolante potrebbe far ridere, se non facesse piangere: sembra un cortometraggio tragicomico di Totò aggiornato al XXI secolo. I turisti osservano increduli, i milanesi imprecano nel traffico e i social si scatenano con meme che già inneggiano al “Leone cadente di San Marco”, mentre la scritta rossa e bianca, emblema di uno dei colossi finanziari italiani, continua a pendere come la spada di Damocle sulla modernissima City Life.
Chi conosce la storia d’Italia sa bene che questa non è un’eccezione. È una regola non scritta: ponti che collassano, strade che si aprono come voragini, cantieri eterni che inghiottono miliardi e restano incompiuti come i progetti di riforma. È il Paese delle grandi ambizioni e delle piccole manutenzioni. Dove si organizzano vertici internazionali in hotel a sette stelle, ma poi i cartelli stradali cadono a pezzi e i viadotti si sbriciolano come biscotti inzuppati male.
E così, mentre i passanti si domandano se l’insegna cadrà prima del prossimo crollo della Borsa, la Milano che corre veloce si ferma di colpo davanti a un’insegna storta: un’istantanea perfetta di un’Italia che sogna di essere grande ma inciampa sempre sulle proprie fondamenta. Chi ha detto che l’Italia non è un Paese romantico? Persino le insegne sembrano danzare, mosse da un vento di incertezza che soffia da decenni.
Altro che “Made in Italy”: qui è tutto “Falling in Italy”, in un balletto tragicomico dove ogni elemento, dal pilastro al cartello, recita la sua parte in un’opera buffa di proporzioni nazionali. E forse è proprio in questa tragicità grottesca che si nasconde il fascino irresistibile di un Paese che, nonostante tutto, riesce sempre a sorprendere. O a far sorridere amaramente. In fondo, come diceva Flaiano, “la situazione è grave ma non è seria”.
(*) Giornalista
