di Giuseppe Onorati
Lo scorso 30 Marzo, la Knesset, il Parlamento israeliano, ha approvato un disegno di legge che è considerabile pienamente come una ennesima misura attuata contro i palestinesi, in un contesto socio-politico ormai portato dal governo Netanyahu ad un altissimo tasso di conflittualità interna ed esterna. Dagli attacchi di Hamas del 7 di Ottobre 2023, il governo ultra-sionista israeliano, ha impegnato intensivamente Israele in diversi fronti (Gaza, Libano, Siria, Yemen, Iran, Cisgiordania), causando anche all’interno delle forti critiche politiche, con un enorme dissenso da parte di opposizione ed opinione pubblica in merito al superamento di limiti etici e giuridici e sottoponendo le stesse Forze di Difesa Israeliane ad un impegno tale da trascinarle sull’orlo del collasso per insufficienza di unità.
In un contesto nel quale continua l’attacco genocida verso i palestinesi a Gaza, in cui sono aperti i fronti di guerra di Libano ed Iran ed in cui, l’espansione coloniale in Cisgiordania è sempre più intensa, il 30 Marzo scorso il Parlamento ha varato una legge che è stata voluta fortemente dal partito di estrema destra Otzama Yehudit (Potere Ebraico), del ministro per la Sicurezza Itmar Ben Gvir. La legge è stata approvata con 62 voti favorevoli contro 48 contrari (lo stesso capo del Governo Benjamin Netanyahu l’ha votata) ed ha ricevuto voti favorevoli anche dal partito di opposizione Ysrael Beinteinu di Avigdor Lieberman, spesso ago della bilancia in momenti della storia politica israeliana.
Vera e propria vittoria personale per il ministro Ben Gvir Otzama, che fortemente l’ha voluta esaltandosi per l’approvazione con un brindisi in Parlamento, la legge prevede che “chiunque causi la morte di un cittadino israeliano con l’intento di mettere fine allo Stato d’Israele, sarà condannato a morte o all’ergastolo”, con un testo formulato in un modo tale da non lasciare dubbio alcuno sul fatto che si riferisca sostanzialmente ai palestinesi, per quanto la normativa sia erga omnes; più specificamente la legge si muove su due assi: per i cittadini palestinesi che si trovino in Cisgiordania, sono di competenza i tribunali militari, che in modo predefinito devono comminare la pena per impiccagione, senza possibilità di fare appello, ottenere la grazia o la commutazione della pena. Per quanto poi riguarda i palestinesi che si trovino in territorio israeliano, è di competenza la magistratura ordinaria; si può arrivare ad una sentenza d’impiccagione senza la necessaria richiesta del Pubblico Ministero, con voto di maggioranza semplice della Corte e l’esecuzione della pena dev’essere posta in essere novanta giorni dall’emanazione della sentenza, togliendo la possibilità temporale effettiva al condannato di agire per l’appello. In più, la pena capitale, potrebbe avere commutazione nell’ergastolo in circostanze eccezionali ed eventualmente anche contemplando un parere del ministro della Giustizia.
Un ennesimo atto da parte della maggioranza che ha fatto insorgere opinione pubblica interna, internazionale e che pone le condizioni per un conflitto istituzionale fra Parlamento e Governo da un lato e Corte Suprema dall’altro, la quale potrebbe accogliere i ricorsi per incostituzionalità della legge, annullandola.
Una legge contestabile sia dal punto di vista costituzionale, che del diritto internazionale, come hanno anche evidenziato diversi giuristi israeliani e diverse associazioni che si battono per la tutela dei diritti umani.
Adalah (Giustizia in arabo), organizzazione che si occupa della tutela dei diritti umani per i palestinesi in Israele, insieme ad altre associazioni, ha presentato ricorso alla Corte Suprema in quanto la legge oltre a rappresentare una netta negazione del diritto alla vita ed a imporre una sanzione crudele e disumana (a cui si arriverebbe con la negazione delle fondamentali garanzie del giusto processo, già peraltro abbondantemente negate ai palestinesi in molti casi), attuerebbe una vera e propria discriminazione razziale verso i palestinesi, per come la normativa sia stata impostata.
Sotto il profilo del diritto internazionale, la legge varata dalla Knesset, trasgredisce il Patto Internazionale sui diritti civili e politici del 1966 sottoscritto da Israele; infatti, per il suddetto Patto la pena di morte, ove viga, non può essere estesa a nuovi reati (in Israele è prevista per i reati di tradimento, genocidio, crimini contro l’umanità e crimini contro il popolo ebraico in tempo di guerra, seppure pochissime volte è stata attuata l’esecuzione capitale e l’ultima risale al 1962), può essere comminata solo se vengano rispettate le garanzie del giusto processo, sempre venga considerata la possibile commutazione della pena (come anche richiesto dalla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949), non venga imposta in modo discriminatorio e comunque l’impegno sia di abolirla.
Diversi governi hanno criticato questa legge, compreso quello italiano e compresa la Commissione Europea, ma oltre alle dichiarazioni, non c’è stato un atto concreto che effettivamente pressi Israele, come ad esempio potrebbe essere la sospensione dell’accordo d’intesa politica – economica siglato nel 1995 fra U.E. ed Israele (che fra l’altro all’articolo 2 pone il necessario rispetto dei diritti umani) e che sta trovando all’interno dell’Unione Europea un’opinione pubblica molto favorevole a voler battere questa strada. Per quanto concerne il governo degli Stati Uniti d’America, non si è verificata nessuna critica, come prevedibile ed anzi Washington ha dichiarato di rispettare le scelte sovrane d’Israele nel porre in essere le misure più idonee per contrastare il terrorismo.
Addirittura funzionari governativi e militari hanno espresso a Parlamento e Governo israeliani pareri di scetticismo sull’efficacia di deterrenza che avrebbe una tale legge, in quanto al contrario potrebbe rafforzare il senso dell’impegno di lotta di Hamas, confortando maggiormente l’azione delle milizie con la prospettiva del martirio, in una lotta che ritrova nel sacro – religioso un mordente fondamentale. Il Presidente palestinese Mahmoud Abbas ha condannato la legge invece, considerandola una grave violazione del diritto internazionale, affermando che di certo non dissuaderà i palestinesi nella legittima lotta di rivendicazione di uno Stato indipendente con Gerusalemme Est capitale.
Dunque un ennesimo atto antipalestinese da parte di uno Stato che è immerso in uno scenario carico di tensioni interne ed esterne; una società, quella israeliana, che ormai dall’Ottobre 2023, vive un continuo stato d’allerta, il quale fra l’altro ha prodotto un fenomeno inquietante: una forte diffusione delle armi fra la popolazione civile, come sintomo d’insicurezza ed aggressività crescenti.
Sembra che Israele sia sospeso fra caos e precarietà in questo momento della sua storia e probabilmente questa condizione serve al suo capo del Governo per rimandare gli appuntamenti giudiziari il più possibile.
